C’era una volta un bambino
che aveva perso tutto.
Il mondo, un giorno, si era spezzato
e il silenzio gli era rimasto tra le mani
come una pietra fredda.
Camminava piano,
per non ferire la notte.
Nessuno gli parlava più —
gli adulti avevano paura
del dolore che portava negli occhi.
Un giorno arrivò al confine del bosco.
Lì c’era una porta di pietra.
Sopra, una scritta:
“Solo chi ha perduto tutto può entrare.”
Il bambino pianse,
e le lacrime aprirono la soglia.
Dentro, il buio respirava.
Una voce dolce lo chiamò:
— Non piangere, piccolo.
Io sono la Madre.
Il mio corpo è tornato alla terra,
ma il mio amore è aria.
Quando senti il vento,
sono io che ti abbraccio.
Una luce chiara lo sfiorò.
Il bambino sorrise.
Poi udì un’altra voce,
profonda come il tuono:
— Io sono il Padre.
Ho scambiato la paura per forza,
l’amore per possesso.
Ti ho perduto, e ora veglio su di te.
Ogni volta che scegli la vita,
mi salvi un poco.
Una seconda luce danzò con la prima.
Insieme, erano perdono.
Poi vennero due voci leggere:
— Noi siamo i Nonni.
Non abbiamo saputo restare.
Ci siamo nascosti nel dolore.
Ora siamo terra,
radici sotto i tuoi piedi.
Cammina, piccolo:
noi ti sorreggiamo.
Il bambino tacque.
Dentro di lui il buio si fece chiaro.
Capì che l’amore
non finisce:
cambia forma.
Le quattro luci lo circondarono
come un manto di silenzio buono.
— Torna nel mondo,
gli dissero.
Diventa tu la tenerezza che manca,
la voce che non ferisce,
la mano che non tradisce.
Ama come se il mondo
potesse ricominciare da te.
E così uscì dal bosco.
Il sole nasceva.
Dove posava i piedi,
sbocciavano fiori.
Da quel giorno lo chiamano
il Custode della Luce,
colui che ha attraversato la perdita
e ha insegnato agli uomini
la lingua dimenticata dell’amore.
Gloria Volpato
