C’è una frase che uso spesso in studio, e che quasi sempre arriva con un sollievo misto a disagio:
“Le persone dipendenti sono sempre scontente, perché sono eternamente alla ricerca di due cose: adeguarsi ai dettami degli altri, o manipolare l’altro perché si adegui ai propri.”
Mi è tornata in mente con una paziente, chiamiamola Anna.
Anna passava le giornate a indovinare cosa l’altro si aspettasse da lei, prima ancora che glielo chiedesse.
A tavola, al lavoro, con il partner. Si adeguava così bene che aveva smesso di sapere cosa volesse lei.
Poi, un giorno, mi ha raccontato un litigio. Per la prima volta non si era adeguata. Aveva insistito, aveva alzato la voce, aveva preteso che l’altro vedesse le cose come le vedeva lei. Si aspettava di sentirsi forte. Invece si è sentita esattamente come sempre: scontenta.
È lì che abbiamo capito una cosa insieme. Adeguarsi e manipolare sembrano opposti, ma nascono dalla stessa fame: quella di non dover reggersi sulle proprie gambe.
Nell’un caso mi dissolvo nell’altro, nell’altro dissolvo l’altro in me.
In entrambi, resto dipendente da qualcuno che non sono io.
È il copione che in Punto Zero chiamo carattere di Sentimento: ci si sforza e ci si sfinisce per ottenere conferma, confondendo l’essere ammirati con l’essere amati.
Adeguarsi è il modo più silenzioso di chiedere quella conferma.
Manipolare è il modo più disperato.
Il lavoro non è imparare a manipolare meglio, né ad adeguarsi con più grazia.
È trovare quel punto, scomodo all’inizio, in cui si può stare senza che l’altro mi dica chi sono.
