Dati al buio. L'ombra della madre molesta sul mondo interiore maschile - Divenire Magazine

Il Buio è la vita interiore della Luce

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Siamo cresciuti con un’idea semplice: la luce è presenza, il buio è mancanza.
Accendiamo una lampada e il buio se ne va, come un ospite indesiderato. Candiani rovescia questa geografia con una sola frase. Il buio non sta fuori dalla luce, le sta dentro. È la stanza in cui la luce si ritira quando smette di mostrarsi, il luogo dove riposa, dove si raccoglie prima di tornare.
Il seme lo sa. Germoglia sotto terra, lontano da ogni sguardo. Lo sa il corpo che cresce nel ventre.
Lo sanno gli occhi, che nella notte all’inizio non vedono nulla e poi, se restano aperti abbastanza a lungo, cominciano a distinguere le forme.
Nella stanza di terapia arrivano spesso persone che chiedono di togliere il buio. La tristezza, il lutto, la rabbia, quella stanchezza senza nome. Vorrebbero un interruttore.
Ma il buio interiore non è un guasto della luce: è la sua parte più intima, quella che non si vede perché sta lavorando.
In Gestalt diciamo che ogni figura nasce da uno sfondo. Senza lo sfondo la figura non ha contorni, non ha senso, non ha casa.
Allora il lavoro non è cacciare l’oscurità. È imparare a starci dentro con gli occhi aperti, finché lo sguardo si abitua e scopre che anche lì c’è qualcosa che respira.
Penso a una donna che per mesi, dopo una separazione, non riusciva a dormire con la luce spenta. Lasciava sempre una lampada accesa nel corridoio, come una sentinella. Abbiamo lavorato a lungo, con il corpo prima ancora che con le parole: il respiro, il peso sul pavimento, le mani che cercavano appoggio.
Una sera mi ha raccontato di aver spento la lampada. Non per sfida, ha detto, ma perché per la prima volta il buio le era sembrato abitato. Era rimasta sdraiata ad ascoltarlo. E dentro, piano, aveva sentito la propria luce che dormiva.

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