Io mi porto con te. Sulla perdita del padre. - Divenire Magazine

1) Io mi porto con te. Sulla perdita del padre.

Titolo originale: Io mi porto con te

Mi sono risparmiato l’agonia di mio padre.

Non sono arrivato in tempo, mi avevano detto che stava bene, che si sarebbe ripreso.

Che non c’era pericolo insomma, almeno per ora.

Poi invece quando ha cominciato a morire io non c’ero.

Mi sono risparmiato la sua mano sulla mia.

Quella mano così simile alla mia che una volta, mentre guidavo, l’ho vista riflessa nello specchietto retrovisore laterale dell’auto.

Sì, ho visto proprio la sua mano che pendeva fuori dal finestrino aperto. Per un attimo mi è sembrato che vivesse per conto suo, staccata dal mio braccio, come se io me la portassi in giro per ricordo, la sua mano, lunga, morbida, punteggiata dei nei della vecchiaia.

Una delicata mano da impiegato di banca, precisa e sicura a contar denaro, ma incerta e goffa quando ti doveva toccare, oppure, farti, certo per scherzo, una carezza.

Mi sono risparmiato i suoi occhi liquidi degli ultimi anni, erano diventati così imploranti, so come avranno cercato inutilmente qualche rassicurazione alla fine.

Seduto in poltrona si tastava il polso anni prima, dopo l’infarto, si controllava il battito cercando di essere certo di stare bene, lo faceva continuamente e a noi dava così fastidio che gli dicevamo di smetterla, con quell’ossessione.

E lui ci guardava come faceva sempre quando voleva dire “voi non sapete cosa provo io dentro“, e non ce lo diceva mai.

Mi sono risparmiato la sua paura, quella non so immaginarla perché il mio papà non mostrava la paura, solo ogni tanto rassegnazione.

Mi sono risparmiato le suore e le infermiere, che sostituivano mia madre ogni tanto, mentre fuori dalla porta riprendeva fiato e se stessa.

E quel cadere fra noi, esausti negli abbracci, dopo aver fatto credere a lui che non c’era proprio niente da piangere.

“Perché tanto fra un po’ esci e non penserai mica di morire? No?”

Mi sono risparmiato perfino questo non volere, questo opporsi, questa rabbia che solo ora potrei finalmente gridare: “papà, non morire“.

Mi sono risparmiato mia sorella, lei sì che lo ha amato tanto, in pace come in guerra, lei che lo avrà rigirato e spogliato e pulito e lavato e rivestito e messo in ordine, in quei suoi tristi e anonimi pigiami azzurrini.

Dopo gli avrà sempre dato un bacio sulla fronte, come ultimo tocco, mi immagino.

Mi sono risparmiato gli ultimi addii, che non devono sembrare, e poi alla fine quelle parole di mia madre che chissà come ha trovato la forza di dire: “abbiamo fatto una vita bella, vero ‘Milio“.

Che non era una domanda.

E mi sono risparmiato tutto quello che non saprò mai di me, di me in quei momenti. In quale lato del letto sarei stato a guardare mentre si sussurravano le dolci bugie che, forse, io non sarei mai stato capace di dire?

Come sarei stato con lui?

Intenerito forse o raggelato?

Avremmo pianto insieme una volta nella vita, alla fine, almeno?

Avrei aiutato mia sorella e sopportato la vista di quel suo corpo nudo, scavato dalla malattia?

Avrei provato pietà oltre la paura?

Che amore avrei provato?

Per lui, per gli uomini, per tutti gli uomini e le donne che muoiono.

O forse solo per me, che perdevo troppo presto mio papà?

Tutto questo mio risparmiare è stato come restare al di qua della vita.

Mentre io nel mio stupido ospedale, con quella mia stupida operazione da troppo tempo programmata per poterla spostare e per di più illuso che non fosse ancora alla fine, mentre cercavo di sapere qualcosa di più, lui moriva, non fra le mie braccia.

Allora forse sarò anche stato sollevato, ma ora sono geloso di chi c’era.

Mi consola soltanto sapere che adesso, mio papà, me lo porto sempre addosso.

Come si potesse dire: “Io mi porto con te”.

Basta che ogni tanto, ma tutte le volte che ho bisogno, mi ricordi di guardare questa sua mano attaccata al mio braccio e al mio corpo.

Questa, sono certo, sarà sempre con me.


La riflessione dell’autore: Contenere

Noi figli spesso combattiamo contro nostro padre, a volte ce ne andiamo anche via appena possiamo, e sbattiamo la porta.
Eppure nessuno dei due si può mai liberare dell’altro, ci conteniamo, ci portiamo dentro, nel corpo.
Siamo nati insieme, come padre e come figlio.
Noi figli avremo sempre dentro di noi gli sguardi, le parole, gli atteggiamenti con cui abbiamo convissuto e che abbiamo assorbito, senza sapere, per anni.
Noi padri, che abbiamo fatto del nostro meglio, a volte anche malamente, vediamo la nostra creatura andare per il mondo, come fosse per noi, una nuova occasione di esistenza.
Prima o poi non ci possiamo che riconoscere l’un l’altro, e aver voglia di dirci grazie, per quello che ciascuno ha fatto per l’altro.
Non lo si pensa spesso, ma anche i figli possono dare un senso alla vita dei padri, se non ne disperdono il seme o il patrimonio.

Estratto dal libro “Canti di grazia e di conversione” di Giorgio Piccinino, ILMIOLIBRO, 2013.

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