Senza Parole. Scrivere il lutto. - Divenire Magazine

Senza Parole. Scrivere il lutto.

Siamo una narrazione che finisce
e tu mi cogli
— impreparata —
mentre ancora dipano il tuo passato
e te lo narro come storia

 

Livia Chandra Candiani, “Bevendo il tè con i morti”

Senza parole è l’espressione che si usa per esprimere stupore, sbigottimento e sgomento. Questa assenza caratterizza di solito quegli stati d’animo in cui la mente fatica a riposizionarsi, a ritrovare gli elementi per rappresentare la realtà.

Così mi sono sentita io dopo i lutti che mi hanno colpita questa estate e lo sto raccontando ad Anna che ha appena perso la sua più cara amica a causa di un tumore che non le ha lasciato scampo. Sono colpita dalla somiglianza delle nostre storie e quello che sento di fare è di rendere evidente l’angoscia che tutti quanti ci accomuna di fronte alla nostra più grande paura, quella della morte. Non posso cancellare né il suo dolore né il mio ma posso provare ad accoglierlo e a condividerlo, stabilendo una connessione intima grazie alla relazione di cura e alla scrittura.
– Mi sento trascinata da una pesantezza del pensiero e del quotidiano che riempie il mio spazio vitale e mi pare insensato farci fronte – dice Anna.

– Cominciamo dal fatto che sei qui, con la tua presenza oggi ti stai già offrendo una possibilità – rispondo io
– Sì. Vorrei farne qualcosa di questo dolore, vorrei provare a scriverne ma finora tutti i miei tentativi sono falliti.
Comprendo questa sua difficoltà perché sono settimane che non riesco a scrivere nulla ma forse ora è arrivato il momento. Così propongo ad Anna di scrivere insieme e mi affido alla circolarità delle scritture che sempre mi sorprende. Non so dove ci condurrà, ma spero che provare a scrivere insieme di lutto e di perdita possa fungere da sblocco creativo per lei e per me. Trovare le parole per raccontare il dolore stabilirà un legame ancora più intimo fra di noi, sento che questo incontro è un’occasione preziosa per entrambe. Non cancellerà il dolore ma forse riuscirà a renderlo sopportabile, attraversabile. Le chiedo la disponibilità di fare un nuovo tentativo e di provare a scrivere di getto, quasi in modalità di scrittura automatica, senza preoccuparsi dell’esito e della frammentazione del suo testo.
Sappiamo che sarà un’immersione in profondità e prima di partire prendiamo un bel sospiro, poi ci tuffiamo nella pagina bianca.

Anna appoggia la penna e mi fissa – Ho scritto, ma ho bisogno di sentire la tua voce leggere quello che hai scritto tu.
La sua richiesta è legittima, fa parte del patto autobiografico che abbiamo condiviso all’inizio del nostro percorso, ma è la prima volta che mi fa una tale richiesta e so che cambierà la nostra relazione, ci farà scoprire qualcosa di nuovo l’una dell’altra.

Così le leggo quello che ho scritto:
Agogno la leggerezza e creo continuamente nella mia mente immagini aeree, mi espongo alla bellezza e all’umanità. Vorrei raccontare ma mi devo accontentare di frasi sparse e di vuoti, mi faccio bastare la temporanea assenza di dolore e le gocce di una normalità che si ristabilisce. Mi sento arida, disseccata, sono come il deserto e forse per questo le lacrime sono così rare. Vorrei essere la pioggia che fa fiorire il deserto anche solo per un giorno. Vorrei essere il tempo e scorrere più velocemente. Vorrei abbandonarmi alla vita e affidarmi alla sua abbondanza.

Alla fine della lettura, Anna avvicina la sua sedia alla mia e mi appoggia, con delicatezza, una mano sul braccio:
– Grazie, provo una profonda gratitudine, le tue parole sono diverse ma sono entrate in risonanza con le mie. Mi sento come se si fosse sciolto qualcosa, mi sento meglio. Ho sperimentato che scrivere può essere davvero terapeutico. Voglio scrivere qualcosa sulla mia amica, piangerò, ma almeno mi sarà rimasto qualcosa, voglio donare quello che scriverò a suo marito.

– Lo faro anche io Anna e poi se ne avremo voglia condivideremo i nostri testi.

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