Ricordati che devi morire. Perché dovremmo parlare di morte in terapia e frequentare più spesso i cimiteri.

L’idea della morte
Può salvarci

 

I.D. Yalom

 

Festività religiose imminenti a parte, frequentare il cimitero può rappresentare una buona prescrizione, in terapia.

Il senso di andarci, non è quello di andare a trovare i propri cari, come si usa (il che non vuol dire che non faccia bene, tutt’altro!), ma di andare a trovare noi stessi immaginando di essere morti.

“Se nel giro di due settimane dovessi morire”, dico a Gianni, “cosa credi che scriverebbero le persone che ti conoscono bene sulla tua lapide?”.

Gianni mi guarda attonito. Cosa c’entra questa provocazione con il mio problema di insonnia e di ansia, sembra chiedersi.

“Uhm, vediamo un po’”, continuo nella mia provocazione, “forse potrebbero scrivere, qui giace Gianni, fiorista amato e stimato. Ci mancheranno le tue composizioni”.

Gianni è visibilmente commosso, gli occhi spremono qualche lacrima: “L’idea di essere ricordato solo come fiorista mi fa pensare che di me gli altri non vedono nient’altro. Forse sarebbe meglio scrivere, qui giace un pauroso, che ha preferito la sicurezza della sua bottega al desiderio di viaggiare e di amare”.

Scrive Irvin Yalom, nel suo “Il dono della terapia” (Neri Pozza):

“Esistono molte buone ragioni per cui dovremmo affrontare la morte nel corso della terapia. In primo luogo perché la terapia è un’esplorazione profonda ed esaustiva del corso e del significato della vita: data la centralità della morte nella nostra esistenza, e dato che la vita e la morte sono interdipendenti, come possiamo ignorarla?”

Come nel Canto di Natale, offro spesso la possibilità ai miei pazienti di immaginare la propria morte in quel momento della loro vita, perché non solo costituisce una grande opportunità diagnostica rispetto al troppo e al troppo poco che la connota, ma soprattutto perché ricordarsi che prima o poi si muore può portare insight molto potenti, come per Scrooge, il protagonista del racconto di Dickens, che grazie allo spirito del futuro è testimone della propria morte e degli estranei che si accapigliano per i suoi beni.

“Il messaggio è semplice e profondo”, continua Yalom, “sebbene la morte fisica ci distrugga, l’idea della morte può salvarci”.

Riflettere sulla morte, come se fosse un evento imminente, ci permette di dare spazio ai desideri più profondi, di considerare banali e insignificanti certi eventi o preoccupazioni interpersonali dell’attualità ,che magari ci tolgono la serenità, ed infine di dare spazio a nuove priorità.

Il confronto con la propria morte è un’esperienza che può scuoterci dalla quotidianità e portare la nostra attenzione sull’esistenza in sé delle cose, il che può produrre una sensazione di enorme meraviglia: ci si sente inondati dalla bellezza che permea il mondo.

Parlare della nostra morte diventa inevitabilmente un discorso sulla nostra esistenza, la possibilità di osservarla come se fosse un quadro: si tratta di un’opera d’arte sulla via della compiutezza? Cosa manca?

In un seminario sulla morte, con il Dott. Sergio Mazzei, mi sono fatta quattro domande importanti:

  1. Cosa me ne sono fatta della mia vita?
  2. Ho saputo sviluppare amore?
  3. Cosa ho imparato?
  4. Se avessi una seconda opportunità, cosa cambierei? Che scelte farei?

Non credete che serva farsele ogni tanto?

Nei miei tanti voli pindarici e visionari, sogno un luogo di grande pace e bellezza, simile al cimitero di Stoccolma ad esempio, dove poter passeggiare e prendersi un momento di rilassamento.

Sogno che qua e là nel bosco ci siano lapidi semplici sulle quali ci sia scritto il senso che la vita ha avuto per quella persona, oppure un consiglio, un frammento di un ricordo gioioso. Una specie di percorso autobiografico, composto dai numerosi testi sulle lapidi.

Non credete che in questo modo i cimiteri diventerebbero un luogo dove poter praticare la saggezza e che rappresenterebbero un capitale inestimabile che offrirebbe a tutti l’opportunità di poter ritrovare un radicamento nel senso che vogliamo dare alla nostra vita, una direzione che in quel momento, magari, sentiamo smarrita?

Il paradosso, a quel punto sarebbe, che i cimiteri si trasformerebbero in luoghi di vita. Luoghi dove incontrarsi, riposarsi, leggere, disegnare, fare feste. I messaggi lasciati sulle lapidi continuerebbero ad alimentare l’anima collettiva influenzando la vita di chi le legge, la storia e la cultura di quei luoghi.

Là dove tutto finisce troveremmo nuovi inizi.

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