Tornare a fidarsi dopo un doloroso trauma

Il contatto è una distanza abitabile.

 

Sergio Mezzei

“Oggi sto tanto bene, e non avevo voglia di venire”, dice Maria togliendosi le scarpe e incrociando le gambe sul divano.

“Bene!”, le dico sorridendo, “e da cosa lo capisci che stai tanto bene?”, le domando.

“Che le cose mi scivolano addosso, è tutto più fluido. Ho la sensazione che le situazioni siano più delineate, che abbiano contorni meno sfuocati. Mi sembra di notare maggiore distanza dalle cose. Non mi sento più così travolta dagli eventi e soprattutto dalle persone. Mi accorgo che non passo il tempo a rimuginare sulle cose. Banalmente, non mangio più, o per meglio dire, non mi massacro più le unghie delle mani”.

“Sei meno angosciata”

“Si, sto scoprendo com’è non avere tutto il giorno l’ansia o la paura per qualcosa e vorrei rimanerci il più possibile”.

“E’ comprensibile, chi non vorrebbe prolungare il più possibile le situazioni di piacere?”. Mentre faccio questa osservazione noto che Maria inizia a piangere, sembra commossa. “Maria, sembra che qualcosa ti stia commuovendo”, le chiedo.

“Si”, dice lei prendendo la scatola dei fazzoletti e appoggiandosela in grembo come se fosse un gattino, “mi sto accorgendo di quanta strada abbiamo fatto insieme, io all’inizio non ci avrei mai creduto che sarebbe potuto arrivare un giorno come questo in cui…”

Maria esplode in singhiozzi, sembra un canale a cui sono stati tolti gli argini ed ora l’acqua arriva ad irrorare i campi. Io attendo in silenzio che lo sfogo abbia il suo corso.

“Ecco, io”, riprende Maria, “io non credevo che un giorno avrei potuto sentire di poter tornare a fidarmi di qualcuno..”. Il pianto riprende.

“Mi sembra il pianto di chi, uscito dal congelamento dello spavento e ritrovato un senso di sicurezza si guarda indietro e vede a cosa è scampato”, osservo.

Maria annuisce.

“Ora è possibile”, riprendo io “permettersi di provare emozioni che durante la fuga non potevamo permetterci di sentire”.

Maria prosegue a piangere e con il capo sembra volermi dire “è andata proprio così, grazie per metterlo tu in parole”.

“Ti senti salva Maria?”, le chiedo.

“Si, in questo momento sento che si, anche se so che la strada per guarire tante mie ferite non è ancora conclusa. Sono anche sorpresa di come sia stato possibile raggiungere questo livello di benessere nonostante io abbia parlato molto poco di ciò che realmente mi è accaduto”.

“C’è una regola fondamentale nel trattamento dei traumi: si chiama Stare sul Bordo della Ferita”. Sento che Maria ha bisogno di capire cosa ha permesso all’interno della nostra relazione un attraversamento di quell’angoscia profonda che la faceva sentire perennemente in uno stato di agitazione e confusione. I suoi occhi esprimono tanto interesse, quindi decido di continuare nella spiegazione.

“Immagina il tuo trauma come una ferita che fa fatica a rimarginarsi. Occorre curarla a partire dai suoi bordi, ricostruendo la pelle giorno per giorno. Così facendo la ferita si rimargina a partire dai suoi bordi. Non servirebbe a nulla partire dal suo centro. Parimenti, nella relazione terapeutica, il trauma si traduce anche sul piano della relazione tra me e te, indipendentemente dai contenuti che porti.

All’inizio della terapia ogni mio intervento doveva essere molto piccolo perché sentivo che non potevi sopportare di più. Mano mano che hai potuto verificare il fatto che io rispettassi i limiti che inconsapevolmente mettevi, hai iniziato a fidarti.”

“Un po’ come la Volpe con il Piccolo Principe”, dice Maria con un sospiro di sollievo.

“Proprio così”.

“Allora adesso sento di poterti raccontare qualcosa che non ho mai detto a nessuno finora, perché so che non mi prenderai per matta”, riprende Maria.

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