Quando la coppia finisce. La vita no.

Un san Valentino alternativo.

Ilaria è disperata, urla e piange sulla sedia del mio studio nella penombra della lampada. Da molto tempo ormai non vedo i suoi occhi che sono coperti dai fazzoletti balsamici. Pacchi di fazzoletti accartocciati nelle sue tasche e lacrime che sgorgano senza interruzione. Parole sconnesse, ira e vendetta che come onde mi arrivano addosso. Le sciolgo e si ricreano. Mi arrivano, sbattono. Si calmano e si ricreano. Un lavoro ciclico che necessita di tanta energia quello del terapeuta che si trova di fronte alla rottura. Oggi è la rottura della storia d’amore tra Ilaria e Marco.

“Ma no dottoressa, non sono arrabbiata. È stato via un paio di volte questo mese, ma in effetti sì pensandoci non mi ha chiesto se fossi andata con lui. Però boh… è comunque il direttore, è sempre andato ai congressi. Che poi, dai cioè mi accorgerei se avesse un ‘altra. No. Troppo pigro”.

Per settimane, mesi, Ilaria portava un dolore atroce allo stomaco ogni lunedì alle 15. Orario del nostro spazio. Ma era il corpo che aveva mangiato troppo veleno, che voleva esprimere la rabbia. Non era Ilaria triste, arrabbiata, delusa per il fine settimana ad aspettare sola sul divano. Non era ancora Ilaria. Era solo il suo stomaco.

La prima fase della rottura è permeata dal tentativo inconscio di negare ciò che sta avvenendo. Sono i segnali fisici, i sogni, le paure, che ci avvisano che qualcosa sta avvenendo ma per la mente è ancora troppo presto. La mente vuole ancora salvarci. Ancora un po’. È un protezione sana, salvifica all’inizio.

“ Dopo giorni di fuoco, guerre e scontri, cellulare sotto controllo, fughe violente da casa, vomitate di rabbia. L’amante si presenta alla porta. E conferma tutto. Sì abbiamo avuto una storia e adesso te lo porto via”.

Ilaria trascorre i giorni più dolorosi degli ultimi vent’anni immaginando tutto a pezzi. Un castello crollato e tante macerie su cui piangere. Ciascuna delle ferite della sua giovane età ricompattata e chiuso tra le medicazioni di Marco e i cerotti di questa storia d’amore, riprendono a sanguinare senza tregua, schizzando sangue vivo tra le pareti. Anche del mio studio in cui non è possibile arrestare il pianto, le urla e il vuoto che si sta costellando attorno alle macerie.

“Gli ho dato un ultimatum: se la lasci e chiedi il trasferimento al lavoro, ti prometto che noi torniamo ad essere come prima, amore, tutto come prima e insieme dimenticheremo”.

Questa è la fase del patteggiamento, la speranza che si possa riavere indietro ci ti ha lasciato, il passato possa riattualizzarsi.

Ma se i sentimenti di Marco sono davvero cambiati, purtroppo, qualsiasi passo avanti verso un ritorno si rivelerà, nel migliore dei casi, effimero, se non illusorio. Come la negazione, anche la speranza può trasformarsi in una trappola, trattenendoti nella desiderosa attesa di un futuro che non si realizzerà.

“ Lo ammazzo dottoressa, lo ammazzo, ho una voglia di picchiarlo che lei non potrà fermarmi. Non ho paura di niente”.

La vedo negli occhi neri. Sembra una furia, i fazzoletti sono spariti. Il trucco è ancora visibile e fissato attorno alle labbra rosse fuoco. “Io non ho più nulla da perdere. E dopo lui ammazzo lei. È l’unico mio desiderio”, mi confessa Ilaria, confusa dalla rabbia che negli ultimi vent’anni se non si era mai concessa, se non attraverso una patologia cronica al fegato. Un fiume di energia nera sgorga da dentro ed esce nelle parole di odio che riversa a Marco e all’amante.

La fase della rabbia inizia dopo che i tentativi di patteggiamento falliscono, quando perdi le speranze che l’abbandono sia solo momentaneo. Visto che ogni proposito si è dimostrato vano, alla fiducia si sostituisce la collera. Nonostante tutto, rispetto al patteggiamento la rabbia è un ulteriore progresso: è il segno che hai iniziato a comprendere l’irrimediabilità della perdita. Che sulle macerie bisogna rimanerci e guardarle.

“Ho buttato gli anni più importanti della mia vita con quel verme. Ma come ho potuto sbagliarmi cosi?“ Telefonate e messaggi, accusandolo delle peggiori nefandezze, bugie, prese in giro, tradimenti verso il loro legame.

Serve un colpevole. La rabbia è utile all’elaborazione del lutto perché rappresenta un mezzo per distaccarsi dall’altro, svalutandolo. Ma, se si trasforma in un cronico modo di sentire e di comportarsi, può immobilizzarti in un eterno presente nel quale conta solo avere la meglio su chi ti ha ferito. La rabbia è tonificante, è un antidepressivo naturale: nella collera, la brama di rivalsa ti sorregge.

“Io non ho alcuna voglia di vivere, ho chiesto ferie al lavoro. L’unica immagine di giorno e di notte è quella di andare a fondo, sul fondo del mare e nessuno che viene a salvarmi. Desidero che la sofferenza termini qui”.

Colloqui molto dolorosi, a contatto con il vuoto profondo che si è rialzato come le foglie prima di un temporale e si appiccicano a tutto. Il lavoro perde valore, il cibo viene allontanato e Ilaria vuole rimanere a letto.

Nella fase di “depressione”, per la prima volta, si affronta in viso la perdita. Non hai più modo di rifiutarla o di conservare le speranze di porvi rimedio, né hai la forza di continuare a provare risentimento. Senti solo una profonda tristezza, uno stato che, per quanto possa sembrarti indesiderabile, in realtà è la via d’uscita dal lutto.

“Non vorrò mai più conoscere persone che possano solo avvicinarsi a me. Mi fa tutto schifo, mi sento usata e buttata. Ho sbagliato tutti”. Amarezza e sfiducia verso tutti. Solitudine e convinzione che il mondo sia solo lì per ferirti.

In questa fase si rischia di convincersi di non poter tornare a essere felice, di intrappolarsi in un passato idealizzato che non torna e che, proprio per questo, diventa motivo di continuo rimpianto. Certo di avere perso tutto e per sempre, non agisci per rialzarti rendendo, di fatto, tale convinzione una realtà.

Un giorno lunedì dopo lunedì, mese dopo mese, nel caso di Ilaria e Marco due lunghi inverni, lei mi dice che per il fine settimana andrà in montagna con gli amici.

“Mi sono presa dei vestiti carini questo fine settimana, siamo stati al cinema e a mangiare una pizza”…è dura, veramente dura, ma io avrò un valore in questa vita? Potrò meritarmi ancora di sorridere. Ho solo 50 anni. La vita non è finita”.

Uno spiraglio di luce filtra dalla finestra al primo piano dello studio alle 15 di quel lunedì. E a me sembra sia agosto. Come quando a mezzogiorno sei costretta a metterti all’ombra.

E sì Ilaria, la vita non è finita. La vita forse inizia.