Il bicchiere mezzo vuoto e la terapia

Insomma, non è facile fare terapia.

Sai quante cose che non vedevo sono emerse, con il loro carico di sgomento e dolore.

Ed essere presenti, nelle sedute di gruppo, alle storie dei compagni, al loro di dolore, alle loro fatiche, a quanto spesso somiglino alle mie.

Lacrime che si misurano in barili, rabbie da incendiare ettari di foresta, domande senza uno straccio di risposta, vergogna.

E quella sensazione di non rampar fuori, di ritrovarmi al punto di partenza quando credevo di aver risolto quel maledetto nodo che mi inciampa da prima che camminassi.

Continuare a cadere nello stesso buco sul selciato, quello che avevo già visto, misurato, asfaltato, rimisurato, decorato, transennato, quello che i compagni del gruppo mi hanno più volte tenuto segnalato con bandierine e campanelli.

Per poi scoprire che di buchi così ce ne sono tanti, e che se guardo bene ne trovo sempre di nuovi: ho una vita traforata come un pizzo di Sangallo.

 

Non è mai finita.

Mi manca il fiato.

 

“Respira” dice il terapeuta.

Ed ecco emerge un terribile dubbio.

 

E se invece il mio più grande hobby, la mia passione segreta insomma, la mia vera professione, sia proprio stare a cincischiare intorno a quei buchi? Ai famosi bicchieri mezzi vuoti?

 

Cavolo!

È un dubbio scomodamente ragionevole.

Insostenibile, direi, per una mente sobria come la mia.

 

Ok, facciamo che intanto alziamo subito i calici, belli pieni e senza ghiaccio che ruba solo spazio. Offro io!