Cosa fa di un trauma un “trauma”

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I diversi tipi di Tipi di Trauma

Il termine trauma, ricorre facilmente nelle conversazioni tra le persone.  Al giorno d’oggi è una parola “sulla bocca di tutti”.  E’ comune, infatti, assistere o  partecipare a dialoghi in cui il termine trauma viene usato per raccontare un episodio (il rientro dalle ferie è sempre traumatico!) per narrare un evento di vita passata (è traumatico quello che mi è successo, non lo dimenticherò mai!) o per descrivere una sensazione corporea (mi sento come se fossi andata in mille pezzi).

Se nel gergo comune la parola trauma è spesso abusata, in ambito scientifico essa ha invece un significato ed un’origine etimologica ben definita.

Allora andiamo a vedere come la psicologia definisce il trauma.

Esso deriva dal greco trayma e significa “danno”, “rottura”, “lacerazione”. Il trauma psicologico dunque può essere inteso come una “ferita dell’anima”, come un qualcosa che rompe il consueto modo di vivere e vedere il mondo e che ha un forte impatto negativo sulla persona tanto da creare un divario tra ciò che era “prima” dell’evento e ciò che si verifica “dopo”.

In letteratura esistono diversi tipi di esperienze potenzialmente traumatiche a cui può andare incontro una persona.

Ci sono i traumi T (grande) che sono tutti quegli eventi che portano alla morte o che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care. A questa categoria appartengono eventi di grande portata come aggressioni, catastrofi naturali, lutti improvvisi, incidenti stradali. L’esposizione limitata o protratta nel tempo a una di queste esperienze può portare il soggetto psicologicamente vulnerabile ad esperire ad una serie di sintomi psicofisici rilevanti come, disturbi alimentari gastrici, del sonno, eccessiva impulsività e aggressività, irrequietezza, flashback e altri ancora.

Oltre a questi ci sono anche i traumi t (piccoli) che fanno riferimento a situazioni oggettivamente poco significative rispetto alla categoria sopra descritta. Possono farne parte tutti quegli eventi che vengono identificati come “traumi relazionali”, ovvero delle esperienze molto dolorose vissute nell’infanzia, che interessano il rapporto con l’altro (soprattutto cargiver) in cui emergono intensi sentimenti come il senso di colpa, la vergogna e l’impotenza. Appartiene a questa categoria ad esempio il maltrattamento, la trascuratezza psico-fisica, la patologia psichiatrica del genitore, l’inversione dei ruoli (il bambino si occupa dei genitori e non viceversa) ed altri…

Anche se quest’ultima categoria di trauma potrebbe sembrare meno invalidante e pericolosa rispetto alla prima, essa invece porta con sé numerose conseguenze sul benessere del bambino. Un’interazione di questo tipo reiterata nel tempo, oltre a strutturare nella diade madre/figlio, un attaccamento disorganizzato, sembra che essa possa esercitare delle influenze negative sullo sviluppo e la funzionalità cerebrale del bambino.

A questo proposito ricordo il caso di Andrea, un giovane uomo che chiede un aiuto psicologico per gestire gli improvvisi sbalzi d’umore e un’evidente disistima personale che condizionano fortemente il suo quotidiano.

Andrea inizialmente descrive la sua infanzia come un periodo sereno e spensierato con la presenza di due genitori attenti, che non gli hanno mai fatto mancare nulla. Egli ricorda come ogni suo desiderio veniva facilmente esaudito da mamma e da papà, i quali che si prodigavano ad acquistare i giocattoli richiesti dal figlio e a soddisfare ogni sua richiesta. Andrea è pertanto cresciuto in una famiglia in cui non ci sono stati situazioni di degrado, maltrattamento fisico, abuso o violenza.

Da dove hanno allora origine le difficoltà di Andrea?

Poco prima della sua nascita, la mamma di Andrea vive un lutto doloroso che non è mai stato elaborato e che l’ha portata da subito a scivolare gradualmente in uno stato depressivo dal quale non è mai riuscita a sollevarsi completamente. Questa madre è sempre stata accudente, capace di riconoscere e soddisfare i bisogni materiali del figlio ma purtroppo non in grado di sintonizzarsi emotivamente con lui. Lo sguardo inespressivo della madre, perso nel vuoto, spaventato/spaventante o incostante con l’evidente ambivalenza tra l’essere accudente e l’improvvisa assenza, non hanno permesso di rispondere in modo accogliente alle richieste di accettazione ed appartenenza da parte del figlio.

Andrea, non ha subito un trauma T grande, poiché nella sua storia pregressa non sono presenti episodi di violenza o maltrattamenti fisici. Nonostante questo, la relazione precoce con una madre in difficoltà ha contribuito a strutturare nel figlio delle credenze negative su di sé che condizionano ancora oggi il suo modo di porsi nel mondo e con gli altri (trauma t piccolo).

Andrea crede “di non essere degno d’amore”, ha l’immagine distorta che “il mondo è pericoloso”, la convinzione che “è colpa sua” e la costante sensazione di “essere in pericolo”.

Andrea ha chiesto aiuto alla psicoterapia per riprendere in mano la sua vita!

Il percorso intrapreso con lui gli ha consentito di ridefinire e rielaborare in una prospettiva nuova e più “adulta” le esperienze vissute da piccolo soprattutto con la madre. Ora Andrea crede in è stesso, si attribuisce valore e capacità, è in grado di riconoscere le proprie emozioni e a modularle correttamente e ha il sano desiderio di esporsi, consapevole di essere capace a difendersi dai pericoli ma anche di riuscire ad assaporare tutto ciò che la vita di bello gli può offrire.

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