Sergio è uno psicoterapeuta che si occupa di metacognizione e apprendimento, tutt’altro ambito rispetto al mio. Accade spesso che colleghi mi contattino perché sono imbrigliati in una relazione infelice. Accetto la sua richiesta. È un bellissimo uomo, brizzolato, occhi verdi, lineamenti volitivi, il corpo armonioso e robusto di chi pratica judo da anni. Sembra una persona concreta, di successo, a parte un’espressione triste negli occhi, che guardano con educazione ma contengono un divieto d’accesso. Ha quarantacinque anni e una relazione decennale con Samira, un’hostess di origini turche. All’inizio la loro storia lo faceva sentire bene, al sicuro. Lei si fermava a casa sua per una notte e poi ripartiva, così nei giorni seguenti la sua vita da scapolo incallito riprendeva il sopravvento. Col passare del tempo, Samira ha iniziato a chiedergli di più, sentendo la spinta biologica a fermarsi e avere un figlio. Ipotizza quindi di farsi trasferire in una mansione a terra. Insomma, cerca di portare la relazione dove vuole lei. Senza tenere conto di lui. Dal canto suo, Sergio mi dice di sentirsi invaso dalle richieste di Samira. «Non sono pronto», sostiene con forza. «Lo sarà mai?» chiedo. Indaghiamo nella sua storia. Mi racconta di aver avuto genitori molto rigidi, che gli chiedevano di eccellere a scuola. La famiglia paterna proveniva dalla Germania ed era di religione protestante. Il padre pretendeva che lui parlasse tedesco in casa. Non lo ha mai abbracciato; da piccolo, lo svegliava bruscamente e a volte lo picchiava nel sonno, per motivi futili. Sergio ha sofferto fino a dodici anni di enuresi notturna. Non si sentiva il più bravo della classe, e il padre lo umiliava per questo. Ha deciso di studiare Psicologia per aiutare i bambini con problemi di apprendimento, quelli che oggi si chiamano OSA, Disturbo Specifico di Apprendimento, o anche BES, Bisogni Educativi Speciali. È diventato uno psicologo scolastico e svolge il lavoro con passione. Ha aperto anche un centro per la diagnosi precoce di dislessia e discalculia. Ci pare chiaro che attraverso quei bambini Sergio tenti di salvare il se stesso di allora, per evitare loro un eventuale dolore atroce ancora così vivido in lui (noi psicologi spesso ci avviciniamo a una branca della psicologia per assonanza con i nostri vissuti, ma questa è un’altra storia). Con le donne Sergio non ha mai problemi, quando la relazione dura circa un mese. Se invece si scende un poco in profondità attua modalità fuggitive, sparisce in un silenzio impenetrabile, facendo ghosting in maniera voluta. Motiva la sua condotta come una scelta per non far soffrire le persone. Sergio denota palesi modalità evitanti: gli chiedo se ne sia consapevole. Mi dice che non riesce e non gli va di fare altrimenti. In realtà non se lo può permettere, come vedremo. E la madre? La descrive come una donna dolce ma remissiva, emotivamente sottomessa al padre. Le rimprovera dentro di sé di non aver mai preso le sue difese. In pratica, non si è sentito amato né da lei, né tanto meno dal padre. Ha pertanto costruito una corazza difensiva, uno scudo dietro cui nasconde la propria fragilità, non permettendosi di chiedere né di lasciarsi avvicinare. Arriviamo a comprendere che Sergio nutre per la madre un amore rovesciato e negato, muto e nascosto, poiché lei non lo ha mai protetto dalla furia del padre. Prova rabbia per lei e la punisce non manifestandole affetto e tenendola distante. Proprio nello stesso modo in cui si nega e fugge da Samira. Porta il conto da pagare alla fidanzata, ma non è con lei che deve risolvere. Molto spesso trasformiamo la relazione in una specie di viaggio della speranza in cui andiamo a chiedere la grazia, la riparazione delle nostre sofferenze passate, in maniera del tutto inconsapevole. Sergio ha dentro ciò che chiamo «genitori assoluti». Li ha talmente assolutizzati da perdere le tracce delle persone reali che sono. E vive come sotto un incantesimo che non riesce a spezzare, ipnotizzato da ciò che ha subito da bambino. Gli propongo di tornare a casa compiendo un viaggio guidato e metaforico, usando la tecnica della visualizzazione. In questo suo immaginare di fare ritorno alla casa natia, gli chiedo di dirmi cosa prova e di esprimerlo ad alta voce, fidandosi del nostro setting. Sergio inizia a piangere, prendendo contatto con il proprio dolore, forse per la prima volta in vita sua. Lo invito a chiudere gli occhi e ipotizzare di parlare con la madre, dicendole: «Mamma, mi sei mancata tanto. Ti ho cercata e negata al tempo stesso in tutte le donne. Punendo loro, era te che avrei voluto punire. Mi sei mancata tutta la vita, mamma». Riesce a parlare nonostante i singhiozzi. Poi facciamo lo stesso col padre, e questa volta al posto della tristezza esce la rabbia. Ci vorranno mesi affinché Sergio riesca a contattare e a riconfigurare dentro di sé i suoi genitori interiorizzati. Lavorare sui genitori interiori può essere risolutivo: una sorta di vera benedizione. Molti pensano che riconciliarsi con la propria famiglia di origine significhi telefonare in maniera gentile e carina a mamma e papà. Non è questo. È un processo psicologico: l’incontro accade prima dentro, fuori non subito. Ma non importa, perché cambiando la rappresentazione interiore a poco a poco mutano anche le relazioni. Nel nostro ultimo incontro Sergio mi ha detto di aver accettato di vivere con Samira, da cui aspettava un figlio. Ora ha un bambino di tre anni che frequenta i suoi genitori, da lui descritti come nonni preziosi, presenti e solidi.
Brano tratto da Ameya Gabriella Canovi, Di troppa ( o poca) famiglia, Sperling & Kupfer, Mondatori, 2023, Milano
