“Forse tutte le relazioni sono già dentro di noi, pronte a essere ripetute.”
— Rainer Maria Rilke
L’eterno ritorno dell’amore
Ho impiegato anni a capire che non sceglievo male. Sceglievo uguale.
Sempre lo stesso tipo di persona con facce diverse. Sempre la stessa dinamica con nomi diversi. Sempre lo stesso dolore con storie diverse. E ogni volta pensavo: “Ecco, questa volta sarà diverso.” Ma non lo era mai.
Perché il copione era mio. Non loro.
Questa è l’esperienza comune a molte persone che si ritrovano, dopo anni di relazioni, a guardare indietro e riconoscere un pattern. Un filo rosso che attraversa tutte le loro storie d’amore, come se fossero variazioni di uno stesso tema musicale. Come se, citando Italo Calvino ne Le città invisibili, ogni nuova città visitata fosse in realtà sempre la stessa città vista da angolazioni diverse.
Ma perché accade questo? Perché, nonostante la sofferenza, nonostante le promesse di “non ricascarci più”, torniamo a ripetere le stesse dinamiche relazionali?
La coazione a ripetere: quando il passato detta il presente
Sigmund Freud, all’inizio del secolo scorso, identificò quello che chiamò “coazione a ripetere” (Wiederholungszwang): la tendenza inconscia a ricreare situazioni dolorose del passato, nel tentativo paradossale di padroneggiare ciò che un tempo ci ha sopraffatto.
Nel saggio Al di là del principio di piacere (1920), Freud osserva come i suoi pazienti tendessero a mettere in scena, nelle loro relazioni attuali, gli stessi schemi che avevano vissuto nell’infanzia. Non per masochismo, come si potrebbe pensare, ma per un bisogno profondo di “riscrivere il finale” di una storia che non era andata come avrebbero voluto.
Il problema? Senza consapevolezza, non riscriviamo il finale. Ripetiamo solo la trama.
Come scrivo nel mio libro Punto Zero:
“Alla base delle diverse forme di illusione c’è sempre il bisogno di controllo. La mente umana è programmata per avere il maggior controllo possibile sulla realtà, per poterla prevedere, dominare, direzionare a proprio vantaggio. È per questo motivo che abbiamo concettualizzato il tempo futuro.”
E così, paradossalmente, cerchiamo di controllare il futuro ripetendo il passato. Perché il passato, almeno, lo conosciamo. Anche quando fa male.
Il copione: quando il carattere diventa destino
Carl Gustav Jung affermava: “Finché l’inconscio non diventa cosciente, dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino.”
Quello che chiamiamo “carattere” è, in realtà, un insieme di risposte automatiche che abbiamo sviluppato per sopravvivere emotivamente. Nel mio libro lo descrivo così:
“Quando le risposte agli eventi della vita si organizzano in automatismi, per cui a ogni stimolo tendiamo a dare sempre lo stesso complesso di risposte, parliamo di carattere o tipi psicologici.”
Questi automatismi si cristallizzano in quello che l’Analisi Transazionale chiama “copione di vita” (life script): una narrativa inconscia che abbiamo scritto su noi stessi, sugli altri e sul mondo, basandoci sulle prime esperienze relazionali.
Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, identificò come questi copioni si formino nei primi anni di vita attraverso le “decisioni di copione”: conclusioni che il bambino trae su se stesso e sul mondo per dare senso alle sue esperienze.
Esempi di decisioni di copione:
- “Non sono abbastanza” (da cui deriva la tendenza a scegliere partner critici)
- “Gli altri mi abbandonano sempre” (da cui la tendenza a partner emotivamente indisponibili)
- “Devo essere forte da solo/a” (da cui la difficoltà a chiedere aiuto)
- “L’amore fa soffrire” (da cui la tendenza a sabotare le relazioni felici)
Una volta presa questa “decisione” (inconscia), passiamo la vita a cercare conferme. Scegliamo inconsciamente persone che ci permettono di recitare il nostro copione. Come attori che cercano il cast perfetto per il loro dramma personale.
Le gestalt incompiute: il tentativo di completare ciò che è rimasto aperto
Fritz Perls, padre della Terapia della Gestalt, introdusse il concetto di “gestalt incompiuta”: situazioni emotive non risolte che continuano a reclamare la nostra attenzione, come melodie lasciate a metà che la mente continua a cercare di completare.
Perls scriveva: “La consapevolezza di per sé è curativa.”
Questo perché, secondo la Gestalt, abbiamo una tendenza naturale a completare ciò che è rimasto incompiuto. Il problema è che spesso cerchiamo di completare le gestalt del passato attraverso le relazioni del presente.
Un esempio concreto:
Una donna che non ha ricevuto abbastanza attenzione dal padre potrebbe inconsciamente scegliere partner emotivamente distanti, nel tentativo di “vincere finalmente” l’amore di un uomo indisponibile. Ogni nuova relazione diventa un tentativo di completare la gestalt incompiuta con il padre.
Ma, come scrive la poetessa Mariangela Gualtieri:
“Ogni amore è il padre che torna / ogni amore è la madre che torna / ogni amore è il primo / che non ha saputo vedere / e torna e ritorna / finché non vediamo”
Torniamo sempre allo stesso punto, finché non diventa – come scrivo in Punto Zero – il punto zero da cui ripartire davvero.
Il transfert: quando l’altro diventa lo schermo del passato
In psicoanalisi, il transfert è il processo attraverso cui trasferiamo su una persona presente (tipicamente il partner) emozioni, aspettative e pattern relazionali che appartengono a figure significative del passato.
Non vediamo l’altro per quello che è.
Lo vediamo filtrato attraverso il nostro copione.
Se il nostro copione dice “le persone che amo mi abbandonano”, interpreteremo ogni ritardo, ogni silenzio, ogni momento di distanza del partner come conferma imminente dell’abbandono. E probabilmente, con la nostra ansia e il nostro controllo, contribuiremo a creare proprio ciò che temiamo.
Come nota Italo Calvino ne Le città invisibili:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.”
L’inferno relazionale che viviamo è spesso quello che creiamo, inconsciamente, stando insieme. Due copioni che collidono, due tentativi di completare gestalt incompiute, due transfert che si intrecciano.
Lo sguardo esistenzialista: la libertà di scegliere
Irvin Yalom, psichiatra e psicoterapeuta esistenziale, ci ricorda che siamo fondamentalmente liberi e responsabili delle nostre scelte relazionali. Anche quando non sembra.
Nel suo capolavoro Existential Psychotherapy, Yalom scrive che uno dei compiti centrali della terapia è aiutare le persone a riconoscere come, anche quando si sentono vittime delle circostanze, stanno in realtà facendo delle scelte.
Scegliamo.
Scegliamo quel tipo di persona.
Scegliamo di restare in quella dinamica.
Scegliamo di non vedere i segnali.
Scegliamo di dare ancora una possibilità.
Non sempre consapevolmente. Ma scegliamo.
E questa è, paradossalmente, la buona notizia. Perché se scegliamo (anche inconsciamente), possiamo imparare a scegliere diversamente.
Sartre affermava: “L’uomo è condannato ad essere libero.”
Condannato, sì. Perché con la libertà arriva la responsabilità. Non possiamo più dire “mi capita sempre così” come se fossimo osservatori passivi della nostra vita. Dobbiamo ammettere: “Sto facendo sempre così.”
Nel mio libro Punto Zero scrivo:
“Procrastiniamo decisioni proprio perché temiamo la sfida della ripartenza, di un nuovo ingaggio con la vita: non chiudiamo una relazione, non lasciamo un posto di lavoro che non ci corrisponde più.”
Perché cambiare richiede il coraggio di lasciare andare il copione noto, anche quando ci fa soffrire, per l’incertezza del nuovo sconosciuto.
La voce dei poeti: chi vede ciò che non vogliamo vedere
I poeti, da sempre, vedono ciò che noi fatichiamo a riconoscere nelle nostre vite. Sanno che l’amore è, spesso, ripetizione.
Rainer Maria Rilke scriveva:
“Forse tutte le relazioni sono già dentro di noi, pronte a essere ripetute.”
Chandra Livia Candiani, nella sua poesia sulla ripetizione, dice:
“Torniamo sempre allo stesso punto / finché non diventa il punto zero / da cui ripartire davvero.”
Laura Pezzano scrive:
“Amo sempre la stessa persona / con nomi diversi / con facce diverse / ma è sempre lei / quella che non mi ha amato / quella che cerco di amare / per guarirla / per guarirmi”
Mariangela Gualtieri, con la sua consueta capacità di andare al cuore delle cose, scrive:
“Quello che vuoi è stato già / quello che cerchi è stato già / e tornerà / e tornerà / finché non lo lasci andare / finché non lo benedici / finché non dici: / va’, sei libero / e io sono libera”
I poeti sanno. Sanno che amiamo sempre la stessa persona con facce diverse. Che cerchiamo sempre la stessa storia. Che ripetiamo sempre la stessa ferita.
Finché non la vediamo.
Vedere il copione: il primo passo verso la libertà
Anna, una paziente di cui parlo in Punto Zero, durante una seduta di gruppo ha avuto un’intuizione folgorante:
“Ho scoperto quanto il nostro modo di percepire le cose lo appiccichiamo agli altri. Pensavo che gli altri mi giudicassero… in realtà, chi non si sopporta e si giudica sono io.”
E poi ha descritto il suo copione relazionale con una chiarezza cristallina:
“Cerco di indurre nell’altro la comprensione con il mio apparire vittima. Da lontano lo studio, lo scruto e divento più forte. E quando mi sono fatta un’idea dell’altro posso alzare la testa, passare da vittima a carnefice e attaccarlo.”
Una danza in tre atti:
- Mi mostro fragile (vittima)
- Studio l’altro (controllo)
- Lo attacco prima che mi ferisca (difesa)
E lo ripeteva. In ogni relazione.
Ma la cosa straordinaria è che Anna se ne è accorta. Ha visto il suo copione. E come dice Fritz Perls: “La consapevolezza di per sé è curativa.”
Vedere il copione è il primo passo per non essere più posseduti da esso.
Come si forma un copione relazionale
I copioni relazionali si formano principalmente attraverso tre canali:
1. L’osservazione dei modelli genitoriali
Abbiamo imparato cos’è l’amore guardando come i nostri genitori si amavano (o non si amavano).
- Se abbiamo visto relazioni conflittuali, potremmo credere che l’amore implichi necessariamente conflitto
- Se abbiamo visto fredda distanza, potremmo non saper riconoscere l’intimità
- Se abbiamo visto dipendenza, potremmo replicare dinamiche simbiotiche
Come scrive Yalom: “I pazienti spesso riproducono nelle loro relazioni adulte i pattern che hanno osservato nei loro genitori.”
2. Le prime esperienze relazionali
Come siamo stati amati (o non amati) dai nostri caregiver primari crea un modello operativo interno di come funzionano le relazioni.
John Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, ha dimostrato come i pattern di attaccamento infantile si riproducano nelle relazioni adulte.
Un bambino che ha sperimentato attaccamento ansioso (genitore incoerente) tenderà a sviluppare relazioni adulte caratterizzate da ansia di abbandono e bisogno di rassicurazioni continue.
3. Le decisioni di copione
Come abbiamo interpretato le nostre prime esperienze diventa la lente attraverso cui guardiamo tutte le relazioni successive.
Se da bambini abbiamo concluso “devo essere perfetto per essere amato”, da adulti cercheremo partner critici che confermano questa credenza.
Come scrivo in Punto Zero:
“Il rischio è di convincersi che la propria interpretazione della realtà sia quella oggettiva, quella vera, quella comprovata. Perdendo di vista il fatto che trattasi, in ogni caso, di un nostro tentativo di incasellare in categorie accettabili un flusso complesso di elementi.”
Perché ripetiamo: il paradosso della sicurezza nel dolore
Irvin Yalom scrive: “Gli esseri umani hanno un bisogno fondamentale di sicurezza e prevedibilità, anche quando questa prevedibilità comporta sofferenza.”
Il dolore familiare è più sicuro del piacere sconosciuto.
Scegliamo inconsciamente persone che:
- Confermano ciò che crediamo di noi
- Ricreano dinamiche familiari
- Ci permettono di recitare il nostro ruolo
- Ci fanno sentire ciò che già conosciamo
Anche quando fa male. Soprattutto quando fa male.
Perché quel tipo di dolore lo conosciamo. Sappiamo come gestirlo. Sappiamo chi essere in quella situazione. È terreno noto.
Una relazione sana, dove siamo veramente visti e amati per quello che siamo? Quella fa paura. Perché è territorio inesplorato. Richiede di lasciar andare il copione e di improvvisare.
E improvvisare significa essere vulnerabili.
Significa non sapere già come andrà a finire.
Significa fidarsi.
E la fiducia, per chi ha imparato che l’amore ferisce, è terrificante.
Spezzare il copione: dalla ripetizione alla scelta
Come si spezza un copione relazionale? Non c’è una formula magica, ma ci sono passi essenziali.
Passo 1: riconoscere il pattern
Il primo passo è vedere che c’è un pattern. Guardare alle proprie relazioni passate e chiedersi:
- C’è qualcosa che si ripete?
- Scelgo sempre lo stesso tipo di persona?
- Finisco sempre per sentirmi allo stesso modo?
- Quali dinamiche si ripresentano?
Come scrive Chandra Candiani:
“Per vedere ci vuole il coraggio di stare fermi / di non scappare / di guardare davvero / quello che non vogliamo vedere”
Passo 2: comprendere l’origine
Una volta visto il pattern, è importante capire da dove viene:
- Cosa ho imparato sull’amore da bambino/a?
- Quali decisioni ho preso su me stesso/a?
- Quale ferita sto cercando di guarire?
- Quale gestalt incompiuta sto tentando di completare?
Non per colpevolizzare i genitori o il passato, ma per comprendere. Come dice Yalom: “La comprensione è il primo passo verso la libertà.”
Passo 3: sentire la paura del nuovo
Spezzare il copione significa affrontare la paura di:
- Non sapere chi essere senza quel ruolo familiare
- Vivere relazioni davvero intime
- Essere visti per chi siamo realmente
- Lasciar andare il controllo
Nel mio Punto Zero parlo di come:
“Il controllo si pone sul lato opposto della fiducia. La paura ha a che fare con il timore di non conoscere, di non saper dare spiegazione, di non poter tollerare l’emozione che deriverebbe dal semplice esporsi alla vita.”
Esporre il cuore significa rinunciare al controllo. E questo fa paura.
Passo 4: scegliere consapevolmente
Una volta riconosciuto il copione e compresa la paura, possiamo iniziare a scegliere diversamente.
Non automaticamente, ma consapevolmente.
Questo significa:
- Notare quando il copione si attiva (“Ecco, sto di nuovo scegliendo quella persona…”)
- Fermarsi invece di procedere in automatico
- Chiedersi: “Cosa sceglierei se non fossi guidato/a dal copione?”
- Fare quella scelta, anche se fa paura
Fritz Perls diceva: “La consapevolezza è il primo passo. Il secondo è la scelta.”
Passo 5: tollerare l’ansia del cambiamento
Quando iniziamo a scegliere diversamente, sperimenteremo ansia.
L’ansia del nuovo. L’ansia di non sapere. L’ansia di essere vulnerabili.
Sartre la chiamava “angoscia esistenziale”: il disagio che proviamo quando ci confrontiamo con la nostra libertà e responsabilità.
Ma questa ansia, come scrive Yalom, è “il prezzo della libertà”.
Se vogliamo smettere di ripetere, dobbiamo imparare a tollerare il disagio del nuovo.
Il punto zero: quando la ripetizione si ferma
C’è un momento, in ogni percorso di trasformazione, in cui si tocca il fondo. Yalom lo chiama “momento esistenziale”. Io lo chiamo punto zero.
È quel momento in cui:
- Non puoi più mentire a te stesso/a
- Non puoi più fingere che funzioni
- Non puoi più ripetere lo stesso copione
- Devi scegliere: cambiare o morire (psicologicamente)
Come scrivo nel mio libro:
“Punto Zero rappresenta il raggiungimento di un equilibrio precario che è il punto di partenza per intraprendere la rigenerazione.”
È il momento in cui la ripetizione diventa insostenibile.
È il momento in cui vedi chiaramente il copione.
È il momento in cui sai che devi voltare pagina.
E da quel punto – quel punto zero – puoi ripartire davvero.
Non più guidato/a dal passato.
Ma scegliendo il futuro.
L’amore oltre il copione
Cosa c’è oltre il copione?
C’è la possibilità di relazioni autentiche. Relazioni in cui non reciti un ruolo ma sei semplicemente te stesso/a. In cui l’altro non è uno schermo su cui proietti il passato, ma una persona reale che vedi per quello che è.
Rilke, nelle Lettere a un giovane poeta, scrive:
“Amare significa: due solitudini che si proteggono, si delimitano e si salutano.”
Non due copioni che collidono.
Non due gestalt incompiute che cercano di completarsi attraverso l’altro.
Ma due persone intere che scelgono di condividere il cammino.
Questo tipo di amore richiede:
- Consapevolezza di sé e dei propri pattern
- Responsabilità per le proprie scelte
- Vulnerabilità di mostrarsi senza copione
- Presenza nel qui e ora, non nel passato ripetuto
- Fiducia che l’intimità non distrugge
È un amore più difficile. Perché richiede di rinunciare al controllo.
Ma è anche un amore più reale. Perché finalmente vero.
Conclusione: dal destino alla scelta
Per anni ho creduto che fosse il destino. Che mi “capitassero” sempre le stesse situazioni. Che fossi “sfortunata” in amore.
Poi ho capito che il destino ero io.
I miei automatismi. Il mio copione. Le mie paure.
E questa comprensione, per quanto dolorosa, è stata liberatoria.
Perché se il destino sono io, allora posso cambiarlo.
Come scrive Jung: “Finché l’inconscio non diventa cosciente, dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino.”
Ma quando l’inconscio diventa cosciente?
Quando vedi il copione?
Quando riconosci il pattern?
Allora non è più destino.
È scelta.
E la scelta, per quanto terrificante, è l’unica vera libertà che abbiamo.
Italo Calvino concludeva Le città invisibili con queste parole:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Riconoscere il copione è vedere l’inferno che abbiamo creato.
Spezzare il copione è scegliere ciò che non è inferno.
E dargli spazio.
Farlo durare.
Questa è la via verso relazioni autentiche.
Questa è la via oltre la ripetizione.
Questa è la via dal punto zero verso l’amore vero.
Il primo passo
Il primo passo?
Fermarsi. Guardare. Vedere.
Vedere che non è sfortuna.
Vedere che non è destino.
Vedere che è un copione.
Il tuo copione.
E quando lo vedi, finalmente, puoi scegliere di riscriverlo.
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Lunedì 16 febbraio ore 19.00–20.30
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Riconosci il tuo copione.
Comprendi da dove viene.
Scegli di riscriverlo.
Per approfondire
- Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere
- Jung, C.G. Psicologia dell’inconscio
- Berne, E. (1961). Analisi Transazionale e Psicoterapia
- Perls, F. (1969). La terapia della Gestalt
- Yalom, I. (1980). Existential Psychotherapy
- Bowlby, J. (1988). Una base sicura
- Rilke, R.M. Lettere a un giovane poeta
- Calvino, I. (1972). Le città invisibili
- Candiani, C.L. Il silenzio è cosa viva
- Gualtieri, M. Caino
- Volpato, G. Punto Zero – Disarmare il cuore e voltare pagina con amore
I segnali che stai ripetendo un copione
Se ti riconosci in almeno tre di questi punti, è probabile che tu stia ripetendo un copione relazionale.
- I tuoi partner si somigliano tutti in qualcosa di fondamentale
- Finisci sempre per sentirti allo stesso modo nelle relazioni (es. “mai abbastanza”, “troppo”, “invisibile”)
- Conosci già come andrà a finire, ma continui
- Ti dici “questa volta è diverso” ma poi non lo è
- Ripeti dinamiche che giuravi di non vivere mai più
- Le tue relazioni seguono uno schema prevedibile
- Ti ritrovi a recitare sempre lo stesso ruolo (es. salvatore, vittima, ribelle)
- Attrai sempre lo stesso tipo di persona, anche quando cerchi l’opposto
La buona notizia?
Riconoscerlo è il primo passo per cambiarlo.
