Sulla realizzazione delle fantasie catastrofiche in terapia
C’è qualcosa di paradossale nel cuore di certe relazioni terapeutiche: il momento più doloroso — quello in cui tutto sembra precipitare, in cui la paziente sparisce, non risponde, non paga, non si fa più viva — può essere esattamente il momento in cui qualcosa di vero, finalmente, è accaduto.
Vorrei raccontarvi di una supervisione.
Una collega mi porta la sua frustrazione. Ha fatto di tutto per andare incontro a una paziente: ha spostato appuntamenti, ha dilazionato i pagamenti, ha aspettato, ha risposto, ha contenuto. Poi, un giorno, la paziente non si presenta. Silenzio. Nessun messaggio, nessun pagamento. Sparita.
La collega è arrabbiata. Di una rabbia pulita, legittima — la rabbia di chi si è data. Ma sotto la rabbia, mentre lavoriamo insieme, c’è qualcos’altro. E lo troviamo nel momento in cui le chiedo di fare una cosa sola: diventare la paziente.
È un passaggio sottile e potente. La collega, mentre entra in quel ruolo, smette di parlare di lei e inizia a parlare da lei. E quello che emerge non è la paziente “cattiva”, quella ingrata che non paga e sparisce. Emerge una persona che da sempre sa, nel profondo, che verrà cacciata dal paradiso. Che non è degna di restare. Che prima o poi l’altra la lascerà — e allora tanto vale andarsene prima.
Tanto lo so che mi lascerai. E allora ti lascio io, prima.
In Gestalt chiamiamo questo un’aspettativa catastrofica: una situazione di impasse tenuta in piedi e nutrita da fantasie catastrofiche, dove si immagina che se si agisse per quello che si sente, accadrebbe qualcosa di brutto. La fantasia non è un capriccio: è una mappa del mondo costruita nel tempo, attraverso ferite vere. E come tutte le mappe, tende a orientarci verso i paesi che già conosciamo.
Eric Berne, in Analisi Transazionale, aveva un nome per questo gioco. Lo chiamava “Ti ho beccato, figlio di puttana”: una modalità relazionale ripetitiva e inconsapevole che finisce in modo insoddisfacente, genera sorpresa e confusione, e rinforza le convinzioni negative su sé, sugli altri, sul mondo. La struttura è sempre la stessa: creo le condizioni perché l’altro si stanchi, si arrabbi, mi abbandoni — e poi posso dire, con amara soddisfazione: lo sapevo. Non ci si può fidare di nessuno.
La paziente, inconsapevolmente, ha costruito il percorso verso la sua stessa conferma. E la collega — con tutta la sua buona volontà — è stata trascinata dentro quell’agito, fino a mandare un messaggio di rabbia che ha posto fine alla relazione.
Qui sta il nodo più delicato di tutta la supervisione.
Il messaggio di rabbia — quel confine posto tardi, in modo non del tutto scelto, quasi strappato dalla situazione — è stato, paradossalmente, il dono più reale che questa paziente abbia mai ricevuto in quella relazione. Non perché fosse bello o perfetto o tecnicamente ineccepibile. Ma perché ha realizzato la fantasia. La paziente ha ottenuto quello che inconsciamente cercava: la prova che l’altra si sarebbe stancata, che il paradiso aveva un limite, che il confine esisteva.
La fantasia si è avverata. Ma questa volta nella relazione, non dopo di essa.
Questo è un punto che la teoria ci aiuta a sostenere: il transfert, in chiave gestaltica, è la modalità attraverso cui il paziente esprime una sua “mancanza d’essere”, risultato di affari incompiuti che reclamano soddisfazione — e se il bisogno non può essere soddisfatto dall’interno, viene fittiziamente appagato attraverso la creazione di una fantasia. La fantasia catastrofica non è una distorsione della realtà: è il tentativo disperato di trovare una conferma che dia senso alla propria storia.
Il lavoro in supervisione non è andato verso il giudizio — né della paziente né della collega. È andato verso la comprensione: la collega ha capito che forse l’errore non è stato mandare quel messaggio di rabbia, ma non aver posto un confine prima. Aver tollerato, accomodato, ceduto — in buona fede — fino al punto in cui il confine è esploso invece di essere posto. E la paziente è stata tirata dentro un agito dove ha trovato, trionfante e dolorosa insieme, la conferma che cercava.
La supervisione serve esattamente a questo: non a trovare colpevoli, ma a tornare a vedere. A distinguere quanto ci mette il clinico e quanto ci mette il paziente, in quella zona porosa e imprecisa dove il controtransfert vive.
La collega, in quel momento della supervisione, ha provato una tenerezza improvvisa per quella paziente. Ha smesso di essere arrabbiata. Ha capito, dall’interno, cosa stesse portando — e ha capito anche qualcosa di sé: la tendenza a cedere ai confini per amore, a fare dello spazio un dono illimitato, senza accorgersi che un dono illimitato non è un dono. È un vuoto senza forma.
Nel caso della collega, questo passaggio è stato possibile anche grazie al gruppo di supervisione. Non solo perché il gruppo ha contenuto il suo dolore, ma perché molti colleghi si sono riconosciuti in quell’esperienza — la stessa paura, la stessa tentazione di cedere i confini per non essere abbandonati, la stessa vergogna segreta di non essere stati abbastanza.
La fantasia catastrofica che, una volta visti davvero, verremo rifiutati — che la nostra indegnità profonda si paleserà e farà scappare gli altri — è una delle esperienze più universalmente umane. Ed è anche una di quelle che teniamo più nascosta, proprio perché è fonte di angoscia e di dramma.
Quando il gruppo ha potuto attraversarla insieme, è accaduto qualcosa di inatteso: la gratitudine. Non solo della collega, ma del gruppo stesso, che ha potuto toccare qualcosa di vero in sé attraverso di lei. Quell’attraversamento condiviso ha ricompattato l’alleanza, ha reso tutti un po’ più reali, un po’ meno soli nella propria paura.
E quando siamo più veri e più reali, abbiamo la possibilità di incontrarci davvero.
È lì che si comincia a scrivere qualcosa di nuovo.
Non quando la fantasia non si realizza — ma quando si realizza, e si scopre che non è la fine.
Che tutti — la paziente, il terapeuta, e il gruppo spaventato da quella relazione confrontativa, da quella voce che in apparenza sembra arrabbiata ma abita una qualità di compassione irata, concetto che il Buddhismo conosce bene — siano sopravvissuti.
Ed è solo allora, quando la catastrofe è accaduta e nessuno è andato via, che la speranza e la possibilità possono apparire. Non come concetti. Come esperienza vissuta nel corpo della relazione — che sappiamo essere la base fondamentale della cura, e della sopravvivenza.
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Incontrare noi stessi per curare gli altri: il viaggio eroico della supervisione clinica
Riferimenti teorici: Frederick Perls, La terapia della Gestalt (1969) — Eric Berne, A che gioco giochiamo? (1964) — iGAT, Il transfert nella psicoterapia della Gestalt
