La bambina pugile e la trappola della bontà

La bambina pugile e la trappola della bontà

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Eva arriva in seduta con una storia che conosce bene, almeno in apparenza.
“Ho fatto una cosa terribile,” dice, sedendosi sul bordo del divano come se non si fidasse del tutto dello spazio. “Ho aggredito una collega davanti a tutti. Ho perso il controllo. Sono stata cattiva.”
La parola “cattiva” la conosco. È una di quelle parole che non descrivono un comportamento — descrivono un’identità. E quando qualcuno la usa per sé stesso con quella precisione, con quella familiarità, so che non stiamo parlando solo di oggi.
“Raccontami,” le dico.
Marianna era entrata nel gruppo di lavoro due anni prima portando con sé quella che Eva chiama “un’aura di fragilità strategica.”
Lenta, sempre in difficoltà, sempre bisognosa di supporto ma anche capace di conquistare la simpatia di tutti con una dolcezza disarmante.
Candy Candy, la chiama Eva, con un sorriso amaro. Sempre sorridente, sempre comprensiva, sempre pronta a dire che andava bene così.
“All’inizio cercavo di aiutarla,” racconta Eva. “Poi ho capito che più la aiutavo, più lei richiedeva. E se non lo facevo, trovava il modo di farlo pesare — un’occhiata, un silenzio, un commento detto agli altri. Mai a me direttamente.”
“Come ti sentivi, in quel meccanismo?”
Eva ci pensa. “In trappola. Come se dovessi essere sempre disponibile per sentirmi una persona buona. Come se la mia bontà dipendesse da lei.”
Quello che Eva descrive ha un nome preciso nella letteratura dell’attaccamento. Mary Main ed Erik Hesse, studiando i pattern di attaccamento disorganizzato, hanno identificato quello che chiamano il profilo HH — Helpless/Hostile.
Sono persone che oscillano continuamente tra due poli apparentemente opposti: l’impotenza bisognosa di aiuto e l’ostilità punitiva verso chi non soddisfa le loro aspettative.
La caratteristica più destabilizzante di questo profilo è che i due poli non si alternano in modo prevedibile, coesistono, si sovrappongono, creano un campo relazionale dove l’altro non riesce mai a trovare una posizione stabile.
Chi cresce con un genitore HH impara precocemente che l’amore è condizionale e imprevedibile. Che essere se stessi può trasformarsi in qualsiasi momento in una minaccia. Che la sopravvivenza relazionale richiede una vigilanza costante.
Otto Kernberg, nel suo lavoro sulle organizzazioni borderline di personalità, descrive come questi soggetti utilizzino meccanismi di scissione — splitting — per mantenere separati il “buono” e il “cattivo”, proiettando sistematicamente sugli altri le parti non integrate di sé.
La dolcezza ostentata di Marianna e la sua ostilità agita di nascosto non erano contraddizioni: erano le due facce di una stessa organizzazione psichica.
Eva non lo sapeva. Ma lo sentiva nello stomaco da mesi.
Il punto di rottura arriva durante una riunione. Marianna presenta il progetto — quello che Eva aveva tenuto in piedi quasi da sola per un anno — come un lavoro collettivo, minimizzando le difficoltà, glissando sulle responsabilità mancate, sorridendo. Eva sente qualcosa esplodere.
“Le ho detto tutto quello che pensavo. Davanti a tutti. Ho tirato fuori ogni cosa — i ritardi, le bugie, l’atteggiamento. Non riuscivo a fermarmi.”
“E gli altri?”
“Si sono congelati. Lei ha pianto. E a quel punto sono diventata io il mostro.”
Conosco bene questa dinamica. È il Triangolo Drammatico di Karpman: in pochi secondi i ruoli si ridistribuiscono. La vittima piange, il persecutore è chi ha osato dire la verità, e i salvatori si stringono intorno a chi piange. La realtà dei fatti sparisce. Resta solo l’immagine.
“Come ti hanno guardata?”
Eva abbassa gli occhi. “Come si guarda una persona col brutto carattere. Una che non è all’altezza. Una da lasciare sola.”
Pausa.
“Eva, quanti anni hai in questo momento?”
Lei solleva lo sguardo, sorpresa. Poi, piano: “Sei. Forse cinque.”
Lavoriamo insieme su quello che viene su. C’è una bambina che conosce bene quella sensazione di aver detto la verità e di essere stata punita per questo. Di aver provato a essere se stessa e di essersi ritrovata sola.
Eva conosce se stessa. Sa di appartenere a quel pattern che nel lavoro terapeutico chiamiamo carattere d’Azione — una delle tre grandi organizzazioni energetiche con cui impariamo a stare al mondo quando il mondo non ci ha accolti abbastanza. Chi appartiene a questo pattern non si ritira di fronte al dolore: si muove verso, con forza, con velocità, con una capacità confrontativa che può diventare devastante proprio nei momenti in cui la vulnerabilità è più alta. La rabbia, per questi caratteri, non è un’eccezione — è il linguaggio del bisogno. È il modo in cui il corpo chiede ciò che non riesce a chiedere con la voce.
Ma Eva è stanca di questo linguaggio. Stanca di essere, ancora una volta, quella che ha alzato la voce quando avrebbe voluto essere semplicemente vista. Stanca di pagare il prezzo della propria chiarezza con l’isolamento.
“Non riesco a trattenermi,” dice con amarezza. “E poi mi odio per questo.”
“Non era la forza il problema,” le dico. “Era la solitudine in cui l’hai dovuta usare.”
“Tua madre,” dico con cautela, “come reagiva quando ti arrabbiavi?”
Eva ride, ma è una risata senza allegria. “Prima si faceva piccola piccola. Poi diventava freddissima. Non mi parlava per giorni. Mi guardava come se fossi un problema che non aveva chiesto.”
Helpless. Poi Hostile. Il profilo HH non era solo di Marianna.
“E tu come ti sentivi?”
“Cattiva,” dice, con quella stessa parola precisa di prima. “Sempre cattiva. Come se il problema fossi io.”
Questo è il meccanismo che Kernberg chiamerebbe identificazione proiettiva: il genitore — o il collega, o il partner — proietta sull’altro le proprie parti non integrate, e l’altro le introietta come verità su se stesso. Eva non era cattiva. Eva era quella che vedeva chiaramente e lo diceva. Ma in un sistema che non tollera la chiarezza, chi vede diventa il problema.
Propongo a Eva un lavoro bioenergetico. Le chiedo di stare in piedi, di sentire i piedi sul pavimento, di portare l’attenzione allo stomaco dove la rabbia è ferma da settimane.
“Cosa sente quello stomaco?”
“Che vuole fare tutto a pezzi.”
“Lascia che lo dica. Con la voce, con il corpo. Non devi trattenerla.”
Quello che esce non è solo rabbia per Marianna. È una rabbia molto più antica — per tutte le volte che ha detto la verità e le è costata qualcosa. Per tutte le perdite accumulate nel tempo: amici, relazioni, familiari che l’hanno etichettata come “difficile” e si sono allontanati. Per una vita trascorsa a chiedersi se il problema fosse lei.
Alexander Lowen, fondatore della bioenergetica, sosteneva che la rabbia trattenuta si deposita nel corpo come tensione cronica — e che liberarla non significa perdersi, ma ritrovarsi. Il corpo sa quello che la mente ha imparato a censurare.
Quando Eva si ferma, ha gli occhi lucidi. Ma la postura è diversa. Più radicata.
“Come stai?”
“Stanca. Ma meno in trappola.”
Nelle sedute successive Eva comincia a vedere il pattern in tutta la sua ampiezza. Quante volte ha scelto persone simili a sua madre — che alternavano bisogno e punizione, dolcezza e gelo. Quante volte ha cercato di guadagnarsi la loro approvazione diventando indispensabile. Quante volte, quando ha smesso di farlo, è diventata “quella col brutto carattere.”
“Mi chiedo,” dice un giorno, “se il problema non sia che agli altri non interessa la verità come interessa a me. E se allora sono io che li giudico quando non è così.”
È una domanda importante. E onesta.
“La verità è il modo in cui ami,” le dico. “È il modo in cui sei rimasta integra quando tutto intorno era confuso. Ma non tutti hanno la stessa urgenza. Per alcuni la pace vale più della chiarezza. Non è falsità — è una gerarchia diversa.”
“E allora cosa faccio con la mia?”
“La tieni. Ma impari a scegliere meglio con chi condividerla.”
La bambina di cinque anni che si sentiva cattiva non lo era. Era solo in un posto dove dire la verità costava troppo.
Chandra Livia Candiani ha scritto di una bambina pugile che al risveglio porta nello specchio i segni della lotta notturna la ferocia della ferita nello sguardo, i pugni alzati verso un gigante trasparente. E conclude con una verità che stringe il cuore: come sono soli gli adulti.
Eva quella solitudine la conosce bene. Ma sta imparando il dolore di aprire i pugni. Di usare le sue mani non per combattere, ma per allungarle verso l’altro. Sta imparando a fidarsi di esprimere la sua fame di supporto, il suo desiderio a lungo negato di poter essere se stessa come tutti gli altri — di mostrare le forme della sua fragilità senza sentirsi rifiutata, abbandonata, schernita.
È un apprendimento lento. Antico nel contrario. Ma ogni volta che ci riesce, la bambina pugile abbassa i pugni un momento. Scopre che le sue mani, aperte, sanno anche stringere l’altro a sé e lasciarsi andare nel disarmo di un pianto nelle braccia della terapeuta che la accoglie.
Come tutti avremmo avuto diritto di fare, da bambini.

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