C’è una ferita che non perdoniamo mai: quella che sentiamo di non aver meritato. Si chiama umiliazione.
Dopo i giorni delle vetrine sfondate in molti mi avete scritto. Una domanda tornava spesso: da dove viene tanta rabbia? Da terapeuta posso portare solo, come il famoso uccellino della storia dell’incendio, il mio piccolo contributo su ciò che puo’ accadere dentro un essere umano.
E credo che una parte della risposta, sul piano psicologico, stia in una parola che usiamo poco e conosciamo benissimo: umiliazione.
Brené Brown, che ha passato vent’anni a studiare la vergogna, distingue con precisione.
La colpa dice: ho fatto una cosa sbagliata.
La vergogna dice: io sono sbagliato.
L’umiliazione è diversa da entrambe, perché arriva da fuori. È qualcuno che ci schiaccia, ci deride, ci fa sentire meno di niente. E noi sappiamo di non meritarlo.
A volte non siamo noi i diretti interessati, ma qualcuno a cui vogliamo bene. E questa, forse, è la ferita più difficile da portare.
Proprio per questo l’umiliazione non resta ferma. La vergogna tende a nascondersi, a chiudersi in sé. L’umiliazione invece cerca un’uscita. E se non trova parole, trova i pugni.
James Gilligan ha lavorato per anni come psichiatra nelle carceri americane. Ha scritto di non aver mai incontrato un atto di violenza grave che non fosse stato preceduto da un’esperienza di umiliazione. La violenza, diceva, è il tentativo disperato di sostituire la vergogna con il rispetto.
L’umiliazione subita e mai elaborata non scompare.
Brown lo mostra con chiarezza: quando si ripete, diventa vergogna, cioè diventa identità.
Il bambino deriso finisce per credere di essere davvero ridicolo. Da quella convinzione nasce una rabbia che non cerca più giustizia, ma vendetta.
Kohut la chiamava rabbia narcisistica: insaziabile, perché nessuna vendetta restituisce davvero il valore perduto.
Otto Kernberg ha fatto un passo ulteriore.
Ha mostrato come l’umiliazione possa trasformare la rabbia in odio, un sentimento stabile e organizzato che non si accontenta di difendersi: vuole umiliare a sua volta.
È la catena che vediamo nelle case.
Il padre umiliato al lavoro umilia la moglie, che umilia il figlio, che a scuola umilia il più debole. Nessuno sceglie di essere violento. Ognuno passa oltre una ferita che non sa portare.
Poi, un giorno, quella catena esce di casa ed entra in piazza.
Kernberg ha studiato anche i grandi gruppi: quando molte persone umiliate si riconoscono tra loro, cercano un capo da idealizzare e un nemico su cui scaricare tutto il male.
La ferita privata diventa causa collettiva.
Evelin Lindner ha definito l’umiliazione la bomba atomica delle emozioni, perché dietro molti conflitti e terrorismi ha trovato proprio questa ferita, accumulata per generazioni.
Ma l’umiliazione si può guarire.
Lo vedo accadere nella stanza di terapia.
Anni fa è arrivato da me un ragazzo che chiamerò Samuel. Ventisei anni, nato in Italia, cresciuto in periferia con la madre, arrivata qui da sola quando lui era piccolissimo. Era venuto perché la sua compagna gli aveva detto basta. Non con lei, diceva Samuel, lui non era mai stato violento con lei. Ma bastava poco: un controllore sull’autobus, un impiegato, un cameriere che gli parlava con sufficienza. Lui esplodeva. Urla, minacce, una volta una rissa. “Non so cosa mi prende”, ripeteva. “È come se dovessi difendere qualcuno.”
Per mesi abbiamo parlato poco di rabbia. Abbiamo guardato il suo corpo. Prima di ogni esplosione c’era sempre un attimo in cui si irrigidiva, il respiro si fermava, gli occhi si fissavano su un punto. Non era il corpo di chi attacca. Era il corpo di un bambino immobilizzato.
Un giorno, lavorando su quell’immobilità, sono riemerse le scene. Non una sola, tante. La madre allo sportello della questura, con la cartellina dei documenti stretta al petto, liquidata con un gesto della mano. La madre in ginocchio a pulire il pavimento di una signora che le parlava come a una bambina stupida. La madre che abbassava gli occhi quando qualcuno, sull’autobus, si spostava di posto. E lui accanto, la mano nella sua, che guardava.
Ogni volta.
Samuel ricordava tutto con precisione: il colore delle sedie della sala d’attesa, il numero sul display. E ricordava soprattutto una cosa: la sensazione di non poter fare niente. Era troppo piccolo per difenderla. E si vergognava di quella vergogna, perché sentiva di essere dalla parte sbagliata, quella che si può umiliare.
La letteratura sul trauma lo descrive bene: chi assiste impotente all’umiliazione di una persona amata non è uno spettatore. Porta dentro di sé due ferite insieme. L’umiliazione della madre, che diventa sua. E la colpa di non averla protetta. È una delle forme più silenziose di trauma, perché il bambino non è stato toccato. Nessuno ha alzato le mani su di lui. Eppure.
Il lavoro vero è iniziato lì. Non si trattava di rivivere quelle scene, ma di permettere a quel bambino di fare finalmente ciò che non aveva potuto fare. In seduta Samuel ha potuto dire, ad alta voce, all’impiegato dello sportello quello che aveva tenuto dentro per vent’anni. Ha potuto sentire la rabbia muoversi nel corpo senza fare male a nessuno. E poi, sotto la rabbia, è arrivato un pianto lunghissimo. Era il pianto per sua madre.
Poi è successa una cosa che non mi aspettavo. Samuel è andato a trovarla e, per la prima volta, le ha parlato di quei giorni. Lei lo ha guardato a lungo e gli ha detto: “Io non mi sentivo piccola. Pensavo a te. Ero lì per te.” Samuel ha scoperto che quella dignità che lui credeva perduta, sua madre non l’aveva mai persa. L’aveva solo custodita in silenzio, per lui.
C’è stato anche un momento difficile, ed è stato forse il più importante. Una volta, per un mio commento, Samuel si è sentito giudicato e si è infuriato con me. Io non mi sono difesa e non l’ho respinto. Gli ho detto che aveva ragione a sentirsi ferito e che volevo capire. Lo abbiamo capito insieme. Mi disse poi che era la prima volta in vita sua che, davanti a un’umiliazione, qualcuno restava.
Kohut sosteneva che il sé ferito si ripara proprio così: attraverso la rottura e la riparazione dentro una relazione che tiene.
Oggi Samuel sente ancora arrivare quell’attimo di immobilità. Ma lo riconosce, lo nomina, a volte lo dice alla sua compagna: “Mi sta tornando lo sportello”. E quando una ferita viene nominata, non ha più bisogno di pugni per farsi sentire.
È esattamente ciò che descrive Brené Brown quando parla di resilienza alla vergogna. Si guarisce riconoscendo il momento in cui la ferita si riapre, dandole un nome e portandola dentro una relazione in cui si viene accolti invece che giudicati.
La vergogna ha bisogno di segretezza, silenzio e giudizio per crescere. Non sopravvive all’essere detta e ascoltata.
Credo che la stanza di terapia abbia qualcosa da insegnare anche alla collettività.
Con Samuel non ho mai giustificato le minacce o la rissa. Il limite è stato chiaro fin dal primo giorno.
Ma il limite è stato dato senza umiliarlo.
Il criminologo John Braithwaite ha mostrato qualcosa di molto simile su scala sociale: le comunità che condannano l’atto ma reintegrano la persona riducono la violenza, quelle che stigmatizzano chi sbaglia la moltiplicano.
Su questa idea è nata la giustizia riparativa, che mette chi ha fatto del male di fronte al danno causato, senza cancellarne la dignità.
Donna Hicks, che ha lavorato come mediatrice in alcuni dei conflitti più duri del mondo, ripete che nessuna pace regge se una delle parti esce dal tavolo umiliata.
Una punizione che umilia aggiunge un anello alla catena.
Un limite che riconosce la dignità di chi lo riceve può spezzarla. Vale per un uomo che perde il controllo, per un ragazzino che sfonda una vetrina, per un popolo che non dimentica.
La violenza nasce dove una ferita non è stata vista. Per questo la cura comincia dalla cura dello sguardo.
Prendo in prestito le parole di Franco Arminio, che a questo tema ha dedicato un libro intero, La cura dello sguardo. Il poeta, quando gli hanno chiesto se sia lo sguardo a curare o se siamo noi a dover curare il nostro modo di guardare, ha risposto: entrambe le cose. È quello che succede nella stanza di terapia.
Samuel ha cominciato a guarire quando qualcuno ha visto la sua ferita. Ma è guarito davvero quando ha imparato a guardare sua madre, e se stesso, con occhi nuovi: non più come chi può essere umiliato, ma come chi custodisce una dignità che nessuno sportello può togliere.
Uno sguardo che non umilia è il primo gesto di cura. Una scelta piccola, ma potente, può partire proprio da qui: scegliere quale sguardo vogliamo avere. E decidere, così, chi vogliamo essere.
Dopo i giorni delle vetrine sfondate in molti mi avete scritto. Una domanda tornava spesso: da dove viene tanta rabbia? Da terapeuta posso portare solo, come il famoso uccellino della storia dell’incendio, il mio piccolo contributo su ciò che puo’ accadere dentro un essere umano.
E credo che una parte della risposta, sul piano psicologico, stia in una parola che usiamo poco e conosciamo benissimo: umiliazione.
Brené Brown, che ha passato vent’anni a studiare la vergogna, distingue con precisione.
La colpa dice: ho fatto una cosa sbagliata.
La vergogna dice: io sono sbagliato.
L’umiliazione è diversa da entrambe, perché arriva da fuori. È qualcuno che ci schiaccia, ci deride, ci fa sentire meno di niente. E noi sappiamo di non meritarlo.
A volte non siamo noi i diretti interessati, ma qualcuno a cui vogliamo bene. E questa, forse, è la ferita più difficile da portare.
Proprio per questo l’umiliazione non resta ferma. La vergogna tende a nascondersi, a chiudersi in sé. L’umiliazione invece cerca un’uscita. E se non trova parole, trova i pugni.
James Gilligan ha lavorato per anni come psichiatra nelle carceri americane. Ha scritto di non aver mai incontrato un atto di violenza grave che non fosse stato preceduto da un’esperienza di umiliazione. La violenza, diceva, è il tentativo disperato di sostituire la vergogna con il rispetto.
L’umiliazione subita e mai elaborata non scompare.
Brown lo mostra con chiarezza: quando si ripete, diventa vergogna, cioè diventa identità.
Il bambino deriso finisce per credere di essere davvero ridicolo. Da quella convinzione nasce una rabbia che non cerca più giustizia, ma vendetta.
Kohut la chiamava rabbia narcisistica: insaziabile, perché nessuna vendetta restituisce davvero il valore perduto.
Otto Kernberg ha fatto un passo ulteriore.
Ha mostrato come l’umiliazione possa trasformare la rabbia in odio, un sentimento stabile e organizzato che non si accontenta di difendersi: vuole umiliare a sua volta.
È la catena che vediamo nelle case.
Il padre umiliato al lavoro umilia la moglie, che umilia il figlio, che a scuola umilia il più debole. Nessuno sceglie di essere violento. Ognuno passa oltre una ferita che non sa portare.
Poi, un giorno, quella catena esce di casa ed entra in piazza.
Kernberg ha studiato anche i grandi gruppi: quando molte persone umiliate si riconoscono tra loro, cercano un capo da idealizzare e un nemico su cui scaricare tutto il male.
La ferita privata diventa causa collettiva.
Evelin Lindner ha definito l’umiliazione la bomba atomica delle emozioni, perché dietro molti conflitti e terrorismi ha trovato proprio questa ferita, accumulata per generazioni.
Ma l’umiliazione si può guarire.
Lo vedo accadere nella stanza di terapia.
Anni fa è arrivato da me un ragazzo che chiamerò Samuel. Ventisei anni, nato in Italia, cresciuto in periferia con la madre, arrivata qui da sola quando lui era piccolissimo. Era venuto perché la sua compagna gli aveva detto basta. Non con lei, diceva Samuel, lui non era mai stato violento con lei. Ma bastava poco: un controllore sull’autobus, un impiegato, un cameriere che gli parlava con sufficienza. Lui esplodeva. Urla, minacce, una volta una rissa. “Non so cosa mi prende”, ripeteva. “È come se dovessi difendere qualcuno.”
Per mesi abbiamo parlato poco di rabbia. Abbiamo guardato il suo corpo. Prima di ogni esplosione c’era sempre un attimo in cui si irrigidiva, il respiro si fermava, gli occhi si fissavano su un punto. Non era il corpo di chi attacca. Era il corpo di un bambino immobilizzato.
Un giorno, lavorando su quell’immobilità, sono riemerse le scene. Non una sola, tante. La madre allo sportello della questura, con la cartellina dei documenti stretta al petto, liquidata con un gesto della mano. La madre in ginocchio a pulire il pavimento di una signora che le parlava come a una bambina stupida. La madre che abbassava gli occhi quando qualcuno, sull’autobus, si spostava di posto. E lui accanto, la mano nella sua, che guardava.
Ogni volta.
Samuel ricordava tutto con precisione: il colore delle sedie della sala d’attesa, il numero sul display. E ricordava soprattutto una cosa: la sensazione di non poter fare niente. Era troppo piccolo per difenderla. E si vergognava di quella vergogna, perché sentiva di essere dalla parte sbagliata, quella che si può umiliare.
La letteratura sul trauma lo descrive bene: chi assiste impotente all’umiliazione di una persona amata non è uno spettatore. Porta dentro di sé due ferite insieme. L’umiliazione della madre, che diventa sua. E la colpa di non averla protetta. È una delle forme più silenziose di trauma, perché il bambino non è stato toccato. Nessuno ha alzato le mani su di lui. Eppure.
Il lavoro vero è iniziato lì. Non si trattava di rivivere quelle scene, ma di permettere a quel bambino di fare finalmente ciò che non aveva potuto fare. In seduta Samuel ha potuto dire, ad alta voce, all’impiegato dello sportello quello che aveva tenuto dentro per vent’anni. Ha potuto sentire la rabbia muoversi nel corpo senza fare male a nessuno. E poi, sotto la rabbia, è arrivato un pianto lunghissimo. Era il pianto per sua madre.
Poi è successa una cosa che non mi aspettavo. Samuel è andato a trovarla e, per la prima volta, le ha parlato di quei giorni. Lei lo ha guardato a lungo e gli ha detto: “Io non mi sentivo piccola. Pensavo a te. Ero lì per te.” Samuel ha scoperto che quella dignità che lui credeva perduta, sua madre non l’aveva mai persa. L’aveva solo custodita in silenzio, per lui.
C’è stato anche un momento difficile, ed è stato forse il più importante. Una volta, per un mio commento, Samuel si è sentito giudicato e si è infuriato con me. Io non mi sono difesa e non l’ho respinto. Gli ho detto che aveva ragione a sentirsi ferito e che volevo capire. Lo abbiamo capito insieme. Mi disse poi che era la prima volta in vita sua che, davanti a un’umiliazione, qualcuno restava.
Kohut sosteneva che il sé ferito si ripara proprio così: attraverso la rottura e la riparazione dentro una relazione che tiene.
Oggi Samuel sente ancora arrivare quell’attimo di immobilità. Ma lo riconosce, lo nomina, a volte lo dice alla sua compagna: “Mi sta tornando lo sportello”. E quando una ferita viene nominata, non ha più bisogno di pugni per farsi sentire.
È esattamente ciò che descrive Brené Brown quando parla di resilienza alla vergogna. Si guarisce riconoscendo il momento in cui la ferita si riapre, dandole un nome e portandola dentro una relazione in cui si viene accolti invece che giudicati.
La vergogna ha bisogno di segretezza, silenzio e giudizio per crescere. Non sopravvive all’essere detta e ascoltata.
Credo che la stanza di terapia abbia qualcosa da insegnare anche alla collettività.
Con Samuel non ho mai giustificato le minacce o la rissa. Il limite è stato chiaro fin dal primo giorno.
Ma il limite è stato dato senza umiliarlo.
Il criminologo John Braithwaite ha mostrato qualcosa di molto simile su scala sociale: le comunità che condannano l’atto ma reintegrano la persona riducono la violenza, quelle che stigmatizzano chi sbaglia la moltiplicano.
Su questa idea è nata la giustizia riparativa, che mette chi ha fatto del male di fronte al danno causato, senza cancellarne la dignità.
Donna Hicks, che ha lavorato come mediatrice in alcuni dei conflitti più duri del mondo, ripete che nessuna pace regge se una delle parti esce dal tavolo umiliata.
Una punizione che umilia aggiunge un anello alla catena.
Un limite che riconosce la dignità di chi lo riceve può spezzarla. Vale per un uomo che perde il controllo, per un ragazzino che sfonda una vetrina, per un popolo che non dimentica.
La violenza nasce dove una ferita non è stata vista. Per questo la cura comincia dalla cura dello sguardo.
Prendo in prestito le parole di Franco Arminio, che a questo tema ha dedicato un libro intero, La cura dello sguardo. Il poeta, quando gli hanno chiesto se sia lo sguardo a curare o se siamo noi a dover curare il nostro modo di guardare, ha risposto: entrambe le cose. È quello che succede nella stanza di terapia.
Samuel ha cominciato a guarire quando qualcuno ha visto la sua ferita. Ma è guarito davvero quando ha imparato a guardare sua madre, e se stesso, con occhi nuovi: non più come chi può essere umiliato, ma come chi custodisce una dignità che nessuno sportello può togliere.
Uno sguardo che non umilia è il primo gesto di cura. Una scelta piccola, ma potente, può partire proprio da qui: scegliere quale sguardo vogliamo avere. E decidere, così, chi vogliamo essere.
