Quando l’amore si perde tra i figli

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“All’inizio ci si sceglie per amore. Poi, nel tempo, ci si ama per scelta.”
— Fabrizio Caramagna
“Ti sei presa i figli e mi hai lasciato solo.”
“E tu dove eri, mentre io mi perdevo dietro alle pappe e al sonno interrotto?”
È un pomeriggio qualunque, ma nella stanza di terapia oggi si accende un conflitto antico e attuale. Due genitori, una coppia, un legame che si sta smagliando sotto il peso delle aspettative, delle ferite e dei ruoli.
Lei parla con la voce impastata di stanchezza e risentimento. Dice di sentirsi sola, invisibile nella sua fatica. Per lei, essere amata significa essere capita come madre, essere sostenuta nella complessa coreografia quotidiana di lavoro, figli, casa. Chiede uno spazio per non fare, per fermarsi, per essere accolta. Non vuole solo una mano: vuole una presenza affettiva, che la veda nella sua solitudine di madre in trincea.
Lui ascolta, ma la sua postura tradisce una stanchezza diversa. Quella di chi si sente incolpato nonostante gli sforzi. Dice di fare il possibile: lavora tanto per garantire stabilità economica, nei momenti liberi gioca con i figli, prova a “essere un buon padre”. Ma sente che non basta mai.
La sua speranza, dichiarata tra le righe, è ritrovare la compagna: quella di prima dei figli, quella che rideva con lui, quella che lo guardava come uomo.
Lei, invece, quando parla di lui come padre usa parole positive. Ma quando si tratta dell’uomo, lo svaluta. Lo guarda con occhi pieni di amarezza, e i suoi racconti sembrano dire: “Con te non ho mai avuto ciò che desideravo”.
Emerge un nodo profondo: lei ha voluto dei figli nonostante la delusione già presente nella coppia. Come se il suo desiderio fosse più quello di costruirsi una famiglia, piuttosto che crescere con quell’uomo. Inconsciamente, ha scelto i figli come luogo del senso, come oggetti d’amore assoluto, esclusivo. E forse, proprio qui, è avvenuto un tradimento invisibile.
Quando la donna sposa l’archetipo della madre, e abbandona l’amante.
Secondo l’approccio archetipico e simbolico, potremmo dire che la donna ha compiuto una sorta di “matrimonio interiore” con l’archetipo della Grande Madre: accudente, devota, totalizzante.
In questo passaggio, però, ha espulso l’archetipo dell’amante – quella parte di sé che desidera, che seduce, che riceve. Così facendo, ha lasciato il partner solo nella coppia, non più riconosciuto come uomo, ma solo come funzione accessoria o antagonista.
Dall’altra parte, l’uomo sembra rimanere ancorato a un modello tradizionale e compensativo: dare sicurezza materiale, offrire presenza nei ritagli di tempo. Ma non riesce a entrare in empatia con la fatica emotiva della donna. Il suo investimento resta funzionale, non affettivo. Vorrebbe amore, ma non si accorge di non saperlo dare nella forma che lei reclama.
Una coppia divisa da linguaggi dell’amore incompatibili
Nel linguaggio della terapia sistemico-relazionale, questa coppia è intrappolata in un circolo vizioso di reciproca invalidazione:
  • lei chiede ascolto e riconoscimento della sua stanchezza emotiva;
  • lui si difende offrendo aiuto “funzionale” (soldi, presenza con i figli);
  • lei non si sente vista come donna, né capita come madre;
  • lui non si sente accolto come uomo, né stimato per ciò che fa.
Entrambi lottano per sentirsi amati, ma parlano linguaggi diversi dell’amore, e finiscono per confermarsi a vicenda l’assenza.
Un tradimento emotivo silenzioso
Frequentemente, nella terapia della coppia contemporanea, emerge il tema del tradimento emotivo con i figli. Non è un tradimento fisico, né esplicito, ma un deviazione del desiderio: il figlio diventa centro affettivo esclusivo, il partner resta fuori.
L’uomo si sente escluso da un triangolo madre-bambino, e la donna vive una identificazione totale nel ruolo materno, con il rischio di smarrire la propria femminilità relazionale.
Che spazio ha la coppia?
Perché una coppia regga, c’è bisogno che l’amore non si esaurisca nei ruoli. È necessario che ciascuno resti connesso con la propria parte vulnerabile e desiderante, e che si mantenga un ponte tra il “noi genitoriale” e il “noi erotico”.
Come terapeuti possiamo offrire uno spazio in cui queste due anime della relazione – il bisogno e la frustrazione, il dare e il ricevere – possano tornare a parlarsi.
Dove l’archetipo del padre e quello della madre non siano totalizzanti, ma complementari.
Dove si possa forse tornare ad essere non solo “padre e madre di qualcuno”, ma anche compagni l’uno per l’altra.

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