Nel mezzo dell’inverno scoprii finalmente che dentro di me giaceva un’estate invincibile. — Albert Camus
L’inizio
Quando la mente si mette contro di noi
C’è una scena che chiunque abbia attraversato un lungo periodo di umore basso conosce bene: ci si sveglia e, ancora prima di aprire gli occhi, il pensiero è già lì. Ripetuto. Familiare. Quasi ovvio. Non è tristezza nel senso comune del termine — è qualcosa di più sottile, di più pervasivo. È il modo in cui la mente ha imparato a interpretare il mondo.
La psicologia clinica chiama questo stato distimia. Irving Yalom, il grande maestro della psicoterapia esistenziale, lo descriveva come un modo di abitare l’esistenza in cui la persona smette di essere autrice della propria vita e diventa spettatrice di un copione scritto da vecchie paure e antiche ferite.
“La nostra vita è ciò che i nostri pensieri ne fanno.” — Marco Aurelio, Meditazioni
Ma i copioni — ce lo insegna sia la filosofia stoica che la scienza cognitiva contemporanea — si possono riscrivere. Non con la forza. Non ignorando il dolore. Ma imparando a vederlo, con una presenza diversa.
La luce che non si spegne. La depressione nel cinema
Nel 1953 Ingmar Bergman girò Il posto delle fragole. Un anziano professore ripercorre la propria vita e si confronta con una domanda che Søren Kierkegaard aveva già posto un secolo prima: ho vissuto davvero, o ho semplicemente evitato di farlo? La depressione — quella vera, quella silenziosa — è spesso proprio questo: non mancanza di eventi, ma mancanza di presenza a ciò che accade.
In The Hours di Stephen Daldry (2002), tre donne, tre epoche, un’unica domanda: come si sceglie di abitare la propria vita quando il peso del presente sembra schiacciante? Il film esplora con magistrale delicatezza i meccanismi della mente che si avvita su sé stessa — e la possibilità, sempre presente, di scegliere diversamente.
Nel cinema come nella vita, la svolta non arriva mai da fuori.
In Inside Out (2015) Pixar ci ha mostrato — con sorprendente rigore psicologico — che non è possibile cancellare le emozioni difficili: si tratta di imparare ad accoglierle, dargli spazio, lasciare che ci parlino invece di travolgerci.
Il gruppo come specchio dell’anima
Irving Yalom identificò nell’esperienza di gruppo uno degli strumenti terapeutici più potenti. Non perché il gruppo “risolva” i problemi di ciascuno, ma perché rivela qualcosa di straordinario: non sei solo. Ciò che chiami “la tua debolezza” è spesso la stessa debolezza che l’altro non osa nominare. Il riconoscimento reciproco — quello che Yalom chiamava universalità — è già, in sé, terapeutico. È la luce che torna ad accendersi quando si smette di sentirsi soli nella propria oscurità.
La filosofia di Camus parlava di rivolta: non contro il mondo, ma contro la resa. La Mindfulness, nel suo cuore più profondo, è la stessa cosa. Non accettazione passiva, ma scelta consapevole di restare presenti anche quando la mente vorrebbe fuggire in un passato doloroso o in un futuro immaginario di catastrofi.
Un ulteriore riferimento cinematografico
Il film Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry (2004)pone una domanda radicale: se potessimo cancellare i ricordi dolorosi, saremmo più liberi? La risposta del cinema — e della psicologia — è no. La libertà non sta nell’oblio ma nella capacità di fare pace con ciò che è stato, di vederlo senza esserne sopraffatti. Esattamente ciò che il protocollo MBCT insegna.
Il percorso
Otto settimane per ritrovare sé stessi
Il percorso “Ritrovare luce dentro di sé” nasce dall’incontro tra la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT) — uno dei protocolli evidence-based più solidi per la prevenzione delle ricadute depressive — e la sensibilità clinica di chi lavora ogni giorno con persone in transizione.
MBCT è stato sviluppato da Zindel Segal, Mark Williams e John Teasdale partendo da una domanda semplice: perché alcune persone, anche dopo essersi riprese da una depressione, ricadono? La risposta è nei meccanismi mentali automatici: schemi di pensiero che si riattivano come vecchie melodie appena l’umore comincia a scendere. Imparare a riconoscere questi schemi — osservarli senza esserne trascinati — è il cuore dell’MBCT.
“Non siamo disturbati dalle cose, ma dai pensieri che abbiamo sulle cose.” — Epitteto, Manuale
È nel gruppo che questo lavoro diventa ancora più potente. Seguendo l’insegnamento di Yalom, il cerchio diventa uno spazio in cui gli schemi si manifestano in vivo — e dove è possibile, forse per la prima volta, vedersi con occhi più gentili. Il gruppo non è solo supporto: è uno strumento terapeutico sofisticato, uno specchio che restituisce qualcosa di vero.
Quando
8 incontri settimanali dal 19 marzo 2026, ogni settimana fino al 7 maggio
Orario: Ore 20:00 – 21:30
Dove
Centro Divenire – Torre Boldone (Bergamo)
Info
Quota per l’intero percorso di 8 incontri:
€ 250 (deducibile come spesa sanitaria)
Cosa troverai in questo percorso
Ogni incontro unisce pratiche guidate di Mindfulness — body scan, meditazione seduta, camminata consapevole — con esercizi cognitivi per riconoscere gli schemi mentali ricorrenti. Tra una sessione e l’altra, pratiche quotidiane a casa (con supporti audio e diari esperienziali) diventano il terreno in cui il cambiamento attecchisce davvero.
Ciò che si porta a casa non è una tecnica di rilassamento. È qualcosa di più prezioso: una diversa relazione con la propria mente.
Maggiore stabilità emotiva, riduzione della ruminazione,
più resilienza,
sonno migliore,
relazioni più autentiche.
In mani esperte e presenti
Il percorso è condotto da due professioniste con percorsi clinici complementari e una profonda familiarità con il lavoro di gruppo:
Patrizia Pini: Psicoterapeuta, Analista Psicodinamica, Specialista in EMDR, insegnante di Mindfulness.
Cristina Paruta: Psicologa clinica. Orientamento cognitivo-comportamentale, insegnante di Mindfulness.
Prima di iniziare il percorso, le dott.sse Pini e Paruta contatteranno ogni partecipante per un breve colloquio preliminare — un modo per accogliere davvero ogni persona, con la sua storia e i suoi bisogni.
Per concludere
Non si tratta di guarire.
Si tratta di tornare a sé.
Yalom, nell’introduzione a Guarire d’amore, scriveva che la terapia non è il tentativo di rendere le persone felici — è il tentativo di renderle più libere. Libere di scegliere, di sentire, di stare con se stesse senza fuggire.
Il percorso “Ritrovare luce dentro di sé” non promette di eliminare il dolore. Promette qualcosa di più reale: uno spazio protetto in cui imparare a stare con ciò che è, e da lì, lentamente, ritrovare la via verso quella luce che non se ne è mai andata davvero.
“Anche in mezzo alle cose più difficili, una piccola luce non viene mai davvero spenta — solo coperta.” — Irving D. Yalom, Il dono della terapia
Come la fiamma di una candela nel vento: si piega, trema, sembra spegnersi. Ma regge.
Il percorso inizia il 19 marzo 2026
I posti sono limitati per garantire la qualità del lavoro di gruppo.
Se senti che questo potrebbe essere il tuo momento, non aspettare.
Hai domande? Scrivi a info@centrodivenire.net o chiama il 351 9183308
