Alla ricerca di Sé

Un faticoso viaggio a ritroso

Nella stanza di terapia i pazienti con coraggio e fatica ti permettono di accedere al loro passato, in quei cassetti dei ricordi troppo dolorosi, racchiusi e nascosti, ma mai lasciati andare.

Resta sempre «quella sensazione che i “drammi” di oggi riguardino anche quegli aspetti su cui ho dovuto soprassedere per forza di cose» mi racconta ad esempio Marina. Emergono allora scenari “primordiali” in cui il bambino, ormai adulto, si è trovato di fronte ad una “madre non sufficientemente buona” (Winnicott). «Non stiamo parlando di una mamma perfetta, di una fata che esaudisca ogni mio desiderio, non avrei voluto questo, non avrei imparato nulla altrimenti. Ma avrei voluto sentire la sua presenza, il suo esserci per me, sapere che potevo fare affidamento». Marina continua: «Mio padre non era uno stinco di santo, era spesso fuori casa a giocare a carte e perdere i soldi con i suoi amici, l’ho sempre demonizzato. Ma da un lato ora lo capisco, mia madre non c’era per lui come non c’era per me. Come quei “come va” dei miei amici di cui mi lamento, si chiedono per circostanza, ma l’interesse reale dietro non c’è».

A Marina è mancata una grande possibilità, quella di vivere in un ambiente in cui potesse esprimere in maniera autentica i propri desideri e sentimenti e le proprie possibilità realizzative. Non c’erano le basi per sentirsi sicura nel suo sperimentarsi; quello che viveva era inaffidabilità, discontinuità e quel forte senso di mancanza, mancanza d’amore.

Questo percorso a ritroso alla ricerca di Sé, dei propri fondamenti come individuo, rivisitando i propri «fantasmi del passato» e le origini della propria nascita come persona, proprio perché fortemente doloroso, ha fatto seguito a un profondo lavoro sul proprio presente.

«Sento di voler cambiare qualcosa nella mia vita, non mi sembra la mia». Queste sono le parole che mi rivolge Marina il nostro primo incontro. Con poche pennellate mi dipinge la sua vita: è una donna di 35 anni, ben voluta dalla sua comunità, ha diversi amici che fanno affidamento su di lei; vada a chiedere in giro mi dice ridendo: «Uh Marina, certo! Se c’è qualcosa vado sempre da lei, lei ne sa». Vive con il proprio compagno Mario da diversi anni. Mario è per lei una persona di riferimento, è importante, ma accedere a un’area di autentica intimità risulta impossibile: «Mai dichiarato amore reciproco, sarà normale?». È un’infermiera, il suo lavoro è tutto ed è la sua principale fonte di gratificazione. Racconta: «Io mi sento nutrita dall’aiutare gli altri, infatti l’“infermiera” la faccio anche “fuori da lavoro”». Emerge di contro un’ambiente lavorativo estremamente logorante e difficile da sostenere emotivamente, ma Marina non sembra cogliere quanto possa essere gravoso questo aspetto nella sua quotidianità.

La sua vita è apparentemente perfetta: un compagno sempre presente, amici che fanno affidamento su di lei, un lavoro gratificante, eppure qualcosa non torna. Ed è proprio questo non ritrovarsi in una vita che apparentemente la appaga che la spinge a interrogarsi, e che, non con poche resistenze, trova il coraggio di affrontare. Il timore è: «Se ci guardo dentro ho paura di scoprire dei mostri, come quelli che si nascondono sotto il letto dei bambini, e se non li so affrontare?».

Nel corso delle sedute è possibile via via interrogarsi sul bisogno di dover sempre compiacere gli altri, senza riuscire a contattare i propri autentici desideri. Si scopre che allora quel «qualcosa che non quadra» arriva da lontano ed è possibile guardarlo in faccia nel momento in cui si possono sostenere i dolori del passato, in cui l’adulto di oggi può prendere per mano la bambina di un tempo e rivivere quei giorni in cui è stato necessario strutturare un sé posticcio per poter sopportare il peso del mondo e difendere quel sé autentico che non aveva la possibilità di svilupparsi.

Marina si è trovata a costruire la propria adultità da sola arrabattandosi per sopravvivere; poter ricontattare quella bambina vuol dire avere la possibilità di riscoprire la propria autenticità e poter «vivere una vita vera». E come dice Marina, rivolgendosi a me con affetto: «Questo mi fa tanto paura, non le nascondo, ma questa volta so che non sono sola».