I tre veleni come difese del Sé ferito

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Nel buddhismo si parla dei tre veleni della mente: ignoranza, attaccamento e avversione.
Sono i tre movimenti fondamentali dell’ego che generano sofferenza e separazione.

Nelle relazioni umane, questi veleni prendono spesso la forma di giudizio, risentimento e colpa — tre modi diversi di difenderci dal dolore della vulnerabilità.

Il giudizio nasce per proteggerci dal sentirci in difetto o inadeguati. Giudicare l’altro ci solleva, momentaneamente, dal peso di guardare noi stessi. Ma come direbbe Hillman, ogni volta che interpretiamo la realtà in termini di “giusto” e “sbagliato”, la psiche perde spessore, diventa moralistica, dimentica la sua pluralità di voci.
Il giudizio è la tomba dell’anima perché chiude la possibilità di dialogo.

Il risentimento è la forma più raffinata del dolore non elaborato. È l’eco di una ferita che continua a chiedere ascolto, ma a cui rispondiamo con silenzio e rigidità.
Nietzsche lo descriveva come la malattia dei vinti: un ritorno ossessivo su ciò che non possiamo cambiare.
Ma potremmo anche vederlo, con la lente di Gualtieri, come il luogo in cui “l’amore non ha saputo respirare abbastanza”.

La colpa invece è la sorella travestita della vergogna. In apparenza è responsabilità, ma spesso è solo un modo per restare imprigionati nel passato.
Eckhart Tolle direbbe che è l’ego che si nutre del tempo psicologico, di quel “non adesso” che ci tiene lontani dalla presenza.
La colpa tiene in vita la storia, ma impedisce il presente.

Quando ci difendiamo, smettiamo di vedere.
Come scrive Chandra Livia Candiani:
“L’amore è il punto in cui smetti di capire e inizi a vedere.”

Solo smettendo di capire — nel senso di spiegare, giustificare, giudicare — possiamo cominciare a sentire davvero.
E in quel sentire, i tre veleni si sciolgono: il giudizio diventa discernimento, il risentimento si trasforma in confine sano, la colpa in possibilità di riparazione.

Arrivare al punto zero, come scrivo nel libro, significa disarmare il cuore.
Non più reagire dal bisogno di difesa, ma rispondere dal bisogno di verità.
È un atto di fiducia nella vita, anche quando non la comprendiamo.

Quando smettiamo di giudicare, risentirci o colpevolizzarci, torniamo nella realtà viva.
La relazione, allora, smette di essere un campo di battaglia e torna a essere un luogo di rivelazione.

Gloria Volpato

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