“Sei sicuro di amare le donne? Sei sicura di amare gli uomini?”
È la provocazione che mi capita di fare ai pazienti etero quando parlano della loro relazione.
È la provocazione che mi capita di fare ai pazienti etero quando parlano della loro relazione.
E quasi sempre li spiazza, perché la danno per scontata — come se l’orientamento sessuale garantisse automaticamente l’apertura verso l’altro sesso.
Non è così.
Quello che osservo in molte relazioni eterosessuali è un paradosso: si cerca nell’altro non l’alterità, ma il proprio riflesso.
Un uomo che ama “il modo in cui una donna lo ama”, una donna attratta da “quanto un uomo la desidera” — ma raramente emerge un interesse autentico per come l’altro funziona, per le sue sfaccettature specifiche, per la sua differenza radicale.
Si cerca l’identico, travestito da corpo diverso. Da un certo punto di vista, è una relazione omosessuale nella struttura, anche quando etero nella forma.
Mi viene in mente un paziente — chiamiamolo M. — che per mesi ha parlato della compagna solo in termini di “quanto mi fa sentire desiderato”, “quanto mi ammira”. Quando gli ho chiesto di descrivermi lei, non il rapporto con lei, ma lei — cosa la fa arrabbiare, cosa teme, come pensa — è rimasto in silenzio parecchi secondi. Non perché non lo sapesse in astratto, ma perché non se l’era mai chiesto sul serio. Amava l’effetto che lei produceva su di lui, non la persona che la produceva.
Questo non è un pensiero nuovo.
Irigaray, in Etica della differenza sessuale (1984), lo mette al centro della sua filosofia: la cultura occidentale, dice, non ha mai davvero pensato la differenza sessuale come alterità reale. Ha pensato un soggetto neutro (di fatto maschile) e una donna definita solo in rapporto a quel soggetto, mai nella sua autonomia simbolica.
Il risultato è che anche nell’amore eterosessuale si finisce per amare non l’altro, ma un’estensione di sé — l’altro-per-me, non l’altro-in-sé.
Freud, molto prima, aveva già distinto la scelta oggettuale “narcisistica” da quella “anaclitica”: si ama ciò che si è, ciò che si vorrebbe essere, o chi ci ha nutriti — raramente si ama semplicemente perché l’altro esiste, distinto e opaco a noi.
E Jessica Benjamin, psicoanalista intersoggettivista, ha dato forse la formula più chiara: la vera relazione comincia solo quando l’altro viene riconosciuto come soggetto pari, non come oggetto che risponde ai miei bisogni — quando smetto di chiedermi “cosa fa per me” e comincio a chiedermi “chi è, davvero, indipendentemente da me”.
Forse la vera domanda, in terapia come nella vita, non è “chi amo” ma “chi sto amando quando dico di amare qualcuno”.
Se è l’altro, o solo l’eco di me stesso che mi torna indietro.
