La vertigine non è paura di cadere - Divenire Magazine

La vertigine non è paura di cadere.

Forse fa male eppure mi va
Di stare collegato
Di vivere di un fiato
Di stendermi sopra al burrone
Di guardare giù
La vertigine non è
Paura di cadere
Ma voglia di volare
Mi fido di te
Io mi fido di te
Ehi mi fido di te
Cosa sei disposto a perdere

 

Jovannotti

“Oggi non ho nulla da dire. Ho passato una settimana decente, niente di speciale senza alti ne’ bassi. Il lavoro che abbiamo fatto nell’ultima seduta sul respiro è stato molto utile, sono stato molto meno ansioso del solito”

“Bene Franco, che ne dici di proseguire su questa strada? Ti propongo di metterti comodo. Appoggia la testa sul cuscino, metti una mano sulla pancia e una sul torace ed inizia ad ascoltare l’onda del tuo respiro. Rilassa la mandibola e lascia uscire l’aria dalla bocca se puoi. Cosa noti?”

“Vedo un precipizio. Guardo il vuoto e sento che il mio cuore batte molto forte. Mi sento in ansia”

“Descrivimi meglio l’immagine, mentre mantieni gli occhi chiusi e contemporaneamente l’attenzione sul tuo respiro”

“Mi vedo in piedi, in cima ad una montagna e vedo di fronte a me il vuoto perché la montagna è finita”

“Puoi sentire le tue gambe?”

Annuisce.

“Puoi immaginare di allontanarti dal precipizio fino a quando ti senti più al sicuro?”

“Ci sono”

“Ora cosa noti?”

“Va molto meglio, mi sto calmando però sento la paura”

“Di cosa hai paura?”

“Del vuoto, ho paura del vuoto che ho davanti”

“L’unico modo che abbiamo per superare le paure è di affrontarle”, commento, “cosa puoi immaginare di fare per affrontare questa paura del vuoto?”

“Wow…l’ho fatto”

“Cosa hai immaginato di fare?”

“Mi sono buttato e sto sentendo l’aria che mi viene addosso, però non sto’ precipitando. Sento energia nelle mani e nelle braccia”

“Permetti loro di muoversi”

“Mi viene da allargarle”

“Permettiti di farlo, apri le braccia e osserva cosa ti succede”

“È bellissimo, sento l’adrenalina che sale. E’ eccitante questa fantasia.”

Franco è seduto con gli occhi chiusi e le braccia aperte. Inizia piano piano ad oscillare

“Noto che le tue braccia oscillano”

“sì, mi viene spontaneo. Non avrei mai pensato anche solo di immaginare di fare un salto così. Io che non faccio mai niente di pazzo. Ora però sono stanco. Ho bisogno di riposarmi”

Franco riabbassa le braccia sul ventre e sul torace e riprende la respirazione.

“Ora hai qualche immagine?”

“Sì, sono tornato al punto di prima. Sento che vorrei lanciarmi di nuovo ma non posso”

“Cosa te lo impedisce?”

“Non lo so, sento che qualcosa mi trattiene, è una paura, ma non è identica a quella di prima”

“Paura di?”

“Di lasciarmi andare”

“E’ una sensazione corporea?”

“Sì, sento come una corda che mi lega e mi tiene”

“Chi sta tenendo la corda?”

“Non saprei”

“Prova ad immaginare questa corda e piano piano a risalire al punto in cui la corda è legata a qualcosa o tenuta da qualcuno”

“Vedo la corda che stringe ma non vedo nessuno e niente che la tiene”, dice facendo il gesto di braccia nello sforzo di tirare

“Ti sei accorto che hai fatto un gesto con le tue braccia?”

“Sì…sento che tengo io la corda”

“Chi ti ha tenuto legato in passato, da chi ti sei sentito costretto?”

“No nessuno, nessuno mi ha mai tenuto”

“Sai Franco, i modi con cui possiamo ricevere la richieste di non essere ciò che siamo, perché lasciarci andare significa lasciarci essere, ci può arrivare in tanti modi. A volte in modo esplicito, attraverso delle critiche ad esempio, oppure in modo più subdolo venendo ignorati o trattati con sufficienza o disgusto. Abbiamo fatto l’esperienza di essere controllati ma non di essere tenuti, nel senso di compresi. Così abbiamo costruito l’idea che avere un legame significa essere imprigionati anziché amati. E’ nella paura e nella diffidenza che è cresciuta la relazione affettiva anziché nella fiducia reciproca e nel piacere di godere l’uno la presenza dell’altro.”

“Ora vedo qualcuno…. Mio padre”

“Descrivi l’immagine”

“Io vicino al precipizio di prima che mi voglio buttare per rifare il salto e mio padre che mi trattiene con una corda”

“Puoi immaginare di essere tuo padre?”

“Sì, ci provo”

“Sig. Rossi, perché trattiene suo figlio?”

“Ho paura che se lo lascio cadrà nel vuoto”

“Suo figlio ha quasi quarant’anni, ritiene davvero che abbia bisogno ancora di lei per badare a sé stesso?”

“No, però io non lo lascio”

“Mi scusi, Sig.Rossi, mi viene il dubbio che sia lei ad aver bisogno di stare attaccato a suo figlio…”

“Sì, è così”

“E perché?”

“Ho paura”

“Ha paura che?”

“Ho paura che se ne vada e mi lasci da solo”

“Da dove nasce questa paura di essere abbandonato Sig. Rossi?”

“Sono rimasto orfano molto presto”

“Capisco Sig. Rossi, ma è sicuro che questo sia l’unico modo per tenere suo figlio attaccato a lei?”

“Non ne conosco un altro”

“Anche gli altri genitori usano la sua strategia o fanno in modo diverso?”

“Non saprei, ma io sono molto ansioso”

“Nel rapporto sente di avere con suo figlio?”

“Parliamo del più e del meno, mio figlio non si è mai confidato con me”

“E perché?”

“Perché è sempre stato così fin da piccolo. Lui si è sempre confidato di più con la mamma”

“E lei avrebbe voluto avere più intimità con lui?”

“No…ecco, io…a dire il vero…mi sarei sentito in imbarazzo. Non saprei nemmeno di cosa parlare con lui”

A questo punto le braccia di Franco, finora tese in avanti come a tenere con sforzo la corda immaginata, iniziano ad allentarsi.

“Noto che sta rilassando le braccia”

“Si, è assurdo che io tenga in questo modo mio figlio. Lui tira da una parte e io dall’altra. Così non ci incontreremo mai”

Franco lascia andare le braccia e si abbandona sul divano in un pianto silenzioso e composto. Piano piano recupera un respiro rilassato.

“Cosa noti ora Franco?”

“Mio padre ha lasciato andare la corda e mi ha detto mi fido di te”. Questa volta le lacrime scendono più copiose sul viso di Franco che resta sempre con gli occhi chiusi. Non appena il pianto si placa e Franco torna a respirare regolarmente, chiedo:

“Ed ora?”

“Ora mi sono lanciato ma sto volando. Non è una caduta, infatti sto andando in alto. Vedo tutto il panorama, le montagne”

“E l’abisso?”

“Fa parte del panorama, che è bellissimo!”